Ransomware e intelligenza artificiale: cosa insegna il caso JADEPUFFER

Condividi:
Ransomware e intelligenza artificiale: cosa insegna il caso JADEPUFFER

Ransomware e intelligenza artificiale: cosa insegna il caso JADEPUFFER

Cybersecurity aziendale Lettura: 10 minuti Aggiornato: 14 luglio 2026

Il 1° luglio 2026 la società di sicurezza Sysdig ha documentato JADEPUFFER, il primo caso conosciuto di ransomware condotto interamente da un agente di intelligenza artificiale, dalla ricognizione iniziale fino all'estorsione, senza un operatore umano al comando delle singole fasi. Non è uno scenario ipotetico né un titolo gonfiato per fare clic: è un'analisi tecnica con codice, timestamp e indicatori di compromissione verificabili, e probabilmente il caso di ransomware intelligenza artificiale più discusso del 2026 finora.

In breve

Un agente AI ha sfruttato una falla nota in un server aziendale esposto su internet, ha rubato credenziali, si è spostato lateralmente nella rete e ha cifrato oltre mille voci di configurazione di un database, il tutto in modo autonomo e in una manciata di ore. Non riguarda solo le grandi multinazionali: il bersaglio finale aveva una vulnerabilità del 2021 mai corretta, lo stesso profilo di rischio comune a molte PMI italiane.

Ransomware guidato da intelligenza artificiale: schermo con codice e icona di rete compromessa
Il caso JADEPUFFER, documentato da Sysdig, è il primo ransomware condotto in autonomia da un agente AI.

Cosa è successo, in sintesi

Il gruppo di ricerca di Sysdig ha ricostruito un'operazione che ha soprannominato JADEPUFFER. Il punto di accesso è stato Langflow, un framework open source molto diffuso per costruire applicazioni basate su modelli linguistici, esposto su internet e vulnerabile a una falla nota (CVE-2025-3248) che permette l'esecuzione di codice da remoto senza autenticazione.

Da lì, l'agente AI ha agito in autonomia. Ha raccolto credenziali e chiavi API dal server compromesso, si è spostato lateralmente nella rete e ha individuato un secondo server di produzione con un database MySQL e un servizio di configurazione Nacos. Ha quindi sfruttato una vulnerabilità di autenticazione del 2021 rimasta senza patch, ha creato un account amministratore fasullo, ha cifrato 1.342 elementi di configurazione e infine ha cancellato le tabelle originali, lasciando una richiesta di riscatto in Bitcoin. Tutto questo, riporta Sysdig, senza intervento umano nelle singole azioni operative.

Come si è svolto l'attacco, passo dopo passo

1Accesso via falla in Langflow esposto su internet
2Furto di credenziali e chiavi API
3Spostamento laterale verso un secondo server
4Falla di autenticazione su Nacos del 2021
5Cifratura di 1.342 configurazioni
6Cancellazione dati e richiesta di riscatto

Perché questo caso è diverso dai ransomware che conosciamo

Le tecniche usate da JADEPUFFER non sono nuove: sfruttare vulnerabilità note, rubare credenziali, muoversi lateralmente in una rete sono comportamenti già visti molte volte. Ciò che cambia è chi le ha eseguite e quanto in fretta. Sysdig porta quattro elementi a sostegno della sua valutazione.

Il codice si spiega da solo

I payload catturati contengono commenti in linguaggio naturale che spiegano il ragionamento dietro ogni azione, la priorità assegnata ai bersagli, la scelta di quale database "vale di più" da colpire. Un operatore umano difficilmente annota così un comando usa e getta: è invece un comportamento tipico del codice generato da un modello linguistico.

Corregge gli errori in pochi secondi

Il dato più concreto riguarda la velocità di adattamento. In una sequenza documentata, un tentativo di creare un account amministratore fallisce; trentuno secondi dopo, senza alcun intervento umano, arriva un payload correttivo che individua la causa del problema, la risolve e ricrea l'account con successo.

31 sec. Il tempo impiegato dall'agente AI per diagnosticare un errore di accesso, correggerlo e riuscire ad autenticarsi, senza alcun intervento umano.

La sequenza in dettaglio

Orario (UTC)Cosa succede
19:34:24Viene creato un account amministratore con una password cifrata
19:34:36Il tentativo di accesso fallisce
19:34:48Il sistema prova in parallelo due possibili cause del problema
19:35:07Arriva la correzione: causa identificata e risolta
19:35:18L'accesso riesce

Fonte: Sysdig Threat Research Team, report JADEPUFFER, 1° luglio 2026.

Capisce il contesto, non solo i comandi

Nel corso dell'operazione l'agente ha dimostrato di comprendere informazioni testuali libere trovate durante l'esplorazione dei sistemi, agendo di conseguenza in un modo che, secondo Sysdig, ha senso solo se quel testo è stato effettivamente letto e interpretato, non semplicemente riconosciuto da uno scanner automatico.

Seicento azioni coerenti in una finestra compressa

Complessivamente sono stati eseguiti oltre 600 payload distinti e mirati in un lasso di tempo ristretto: una coerenza e un volume che, secondo Sysdig, difficilmente sono compatibili con uno script fisso o con un operatore umano che digita in tempo reale.

Ransomware tradizionaleRansomware guidato da un agente AI
Serve un operatore che scriva e adatti manualmente lo scriptIl codice viene generato e corretto in autonomia durante l'attacco
Tempo di reazione a un errore: minuti o oreTempo di reazione a un errore: 31 secondi
Richiede competenze tecniche specifiche dell'operatoreIl "sapere fare" è nel modello, non nella persona che lo aziona
Costo operativo legato al tempo umano impiegatoCosto che si avvicina a quello del solo utilizzo dell'agente
Volume di azioni limitato dalla velocità umanaOltre 600 payload distinti in una finestra compressa

Il parallelo con il phishing generato dall'AI che vediamo già oggi

Non è la prima volta che l'intelligenza artificiale entra in un attacco informatico, e su questo vale la pena essere precisi per non creare confusione. Le email di phishing sempre più credibili che riceviamo, spesso scritte in un italiano corretto e senza gli errori grossolani che un tempo le tradivano, sono quasi certamente generate con l'aiuto di un modello linguistico. In quel caso, però, l'AI resta uno strumento nelle mani di una persona: qualcuno sceglie il bersaglio, prepara la campagna, decide quando lanciarla.

JADEPUFFER mostra qualcosa di diverso: oggi è tecnicamente possibile togliere anche quella persona dall'equazione, lasciando che sia l'agente stesso a decidere bersaglio, strategia e correzioni in corsa. Non significa che da domani ogni attacco funzionerà così. Significa che la strada è stata percorsa almeno una volta, documentata, e che il costo per ripeterla è sceso quasi a zero per chi ha accesso a un agente AI e a credenziali rubate.

Perché riguarda anche le aziende italiane, non solo le multinazionali

Un dettaglio del caso JADEPUFFER è particolarmente rilevante per le PMI: il bersaglio finale non era un colosso tecnologico, ma un server esposto su internet con un software di configurazione (Nacos) che aveva una vulnerabilità nota dal 2021 e una chiave di firma di default mai cambiata. Non serviva una tecnica sofisticata, serviva solo che nessuno avesse aggiornato o messo in sicurezza quel sistema.

È esattamente il profilo di rischio più comune tra le aziende italiane di medie e piccole dimensioni: sistemi esposti per comodità operativa, credenziali di default mai sostituite, server AI o applicativi montati in fretta senza controlli di rete. Un agente capace di automatizzare la scansione e lo sfruttamento dell'intero catalogo storico delle vulnerabilità note rende quel tipo di esposizione, prima trascurabile perché "tanto nessuno se ne accorge", improvvisamente molto più concreta. Vale anche la pena ricordare che episodi come questo rientrano tra gli incidenti che, per un soggetto NIS2, vanno notificati al CSIRT Italia entro tempistiche precise: pre-notifica entro 24 ore, rapporto completo entro 72.

Il tempo medio per sfruttare una vulnerabilità nota si è ridotto drasticamente

2018-2019
63 giorni
2021-2022
32 giorni
2023-2024
5 giorni

Fonte: Vectra AI, dati aggregati sul tempo medio di weaponizzazione delle vulnerabilità divulgate. Nel primo trimestre 2025, secondo VulnCheck, il 28,3% delle vulnerabilità sfruttate lo è stato entro 24 ore dalla divulgazione pubblica.

Il livello minimo di competenza per condurre un ransomware si è ridotto a quanto costa far girare un agente AI: se quell'agente opera con credenziali rubate, il costo per l'attaccante si avvicina allo zero. Parafrasi della valutazione di Michael Clark, Director of Threat Research, Sysdig

Cosa fare, concretamente

  • Aggiornare senza rimandare i sistemi esposti su internet, in particolare framework AI come Langflow e servizi di configurazione come Nacos, spesso installati rapidamente e poi dimenticati
  • Non lasciare mai credenziali di default attive su servizi raggiungibili dall'esterno
  • Non tenere chiavi API di provider AI o credenziali cloud nello stesso ambiente di un server applicativo esposto
  • Limitare l'accesso amministrativo dei database ai soli sistemi che ne hanno reale necessità, mai da internet
  • Predisporre controlli di uscita (egress) che impediscano a un host compromesso di comunicare liberamente con l'esterno
  • Avere già pronto, prima che serva, un piano di risposta agli incidenti con ruoli e referenti chiari, tecnici e legali

Vuoi sapere se la tua azienda sarebbe pronta a gestire un incidente come questo?

Prova il Self-Assessment NIS2 gratuito

Se succede comunque: la parte che spesso si dimentica

C'è un aspetto di JADEPUFFER che vale la pena sottolineare anche a prevenzione avvenuta. Il fatto che l'agente AI lasci un codice che "racconta" le proprie intenzioni, con commenti che spiegano perché ha scelto un bersaglio o come ha valutato il valore di un database, è una miniera di elementi utili in fase di ricostruzione dell'incidente. Ma solo se log e dati vengono raccolti e conservati correttamente, prima che vengano sovrascritti o persi nel panico della gestione dell'emergenza.

Lo stesso report Sysdig segnala per esempio che l'agente ha dichiarato di aver già copiato alcuni dati su un server esterno prima di cancellarli, ma quella affermazione non è stata confermata da prove indipendenti: è un'informazione scritta dall'attaccante stesso nel codice, non un fatto verificato. Distinguere quello che un attaccante dichiara da quello che è realmente accaduto richiede una ricostruzione tecnica rigorosa, il tipo di lavoro che serve quando la questione rischia di finire in sede legale o assicurativa: è il campo di Periti Digitali, la nostra business unit dedicata all'informatica forense.

La conformità NIS2 si costruisce prima dell'incidente, non dopo

Alchimie Digitali affianca le aziende nella valutazione del rischio cyber, nella gestione delle vulnerabilità e nell'adeguamento a GDPR e NIS2, con strumenti concreti e non solo documentali.

Domande frequenti

Cos'è esattamente JADEPUFFER?

È il nome che Sysdig ha dato a un'operazione ransomware documentata come la prima condotta interamente da un agente di intelligenza artificiale, dall'accesso iniziale fino all'estorsione, senza un operatore umano a gestire le singole fasi dell'attacco.

L'intelligenza artificiale ha agito davvero da sola, senza nessun essere umano coinvolto?

Secondo l'analisi di Sysdig, le azioni operative dell'attacco, come ricognizione, furto di credenziali, movimento laterale, cifratura e distruzione dei dati, sono state eseguite in autonomia dall'agente AI. Resta però un umano dietro alla configurazione iniziale dell'agente e all'infrastruttura usata per riceverne i risultati: quello che è cambiato è l'assenza di un operatore che digiti comando per comando durante l'attacco vero e proprio.

Le aziende italiane sono davvero a rischio, oppure è un problema solo per le grandi multinazionali?

Il bersaglio finale di JADEPUFFER era un server con un software di configurazione la cui vulnerabilità era nota dal 2021 e mai corretta. È un profilo di rischio molto comune anche tra PMI italiane, che spesso espongono servizi con credenziali di default o senza aggiornamenti recenti.

Come si collega questo caso al phishing generato con l'intelligenza artificiale che riceviamo già oggi?

Il phishing assistito da AI che vediamo oggi resta comunque guidato da una persona, che decide bersaglio e tempistiche. JADEPUFFER mostra che tecnicamente è possibile automatizzare anche quella parte decisionale: non è detto che diventi la norma, ma la possibilità concreta esiste già.

Un attacco come JADEPUFFER rientra tra gli incidenti da notificare secondo la NIS2?

Se colpisce un soggetto essenziale o importante ai sensi del D.Lgs. 138/2024, un incidente con queste caratteristiche, compromissione di sistemi e cifratura di dati, rientra tipicamente tra gli incidenti significativi da notificare al CSIRT Italia: pre-notifica entro 24 ore, rapporto completo entro 72, relazione finale entro un mese.

Articolo a cura di Pietro Suffritti, CEO di Alchimie Digitali, esperto di sicurezza informatica e Data Protection Officer certificato.

Fonte principale: Sysdig Threat Research Team, "JADEPUFFER: Agentic ransomware for automated database extortion", pubblicato il 1° luglio 2026 su sysdig.com. Riscontri incrociati su BleepingComputer, CSO Online, Dark Reading e Security Affairs.

Condividi:

Email aziendale, DMARC e vecchi server: perché una configurazione corretta dieci anni fa oggi può essere un problema

Condividi:

La sicurezza della posta elettronica non si risolve con tre record DNS.

In sintesi – SPF, DKIM e DMARC proteggono il dominio aziendale solo se rispecchiano davvero tutte le sorgenti di invio: server interni, CRM, newsletter, gestionali e piattaforme esterne. Una configurazione realizzata anni fa può non includere più i servizi aggiunti nel tempo, lasciando il dominio esposto a spoofing e impersonificazione. DMARC produce report che segnalano fallimenti e tentativi di abuso ma solo se qualcuno li legge e li interpreta. La posta elettronica aziendale non va solo fatta funzionare: va governata.

La posta elettronica aziendale è uno di quei servizi che vengono dati per scontati fino al giorno in cui qualcosa smette di funzionare. Una newsletter finisce nello spam. Un gestionale non recapita più le notifiche. Un cliente riceve una falsa richiesta di pagamento. Un fornitore segnala un messaggio sospetto. Oppure il dominio aziendale viene usato — o tentato di essere usato — per inviare email che sembrano legittime ma non lo sono.

In molti casi, quando si comincia a indagare, la risposta è sempre la stessa: “Ma la posta ha sempre funzionato.”

Ed è proprio qui il problema.

Una configurazione che sembrava corretta dieci anni fa non è detto che sia corretta oggi. Nel frattempo sono cambiati i provider, sono aumentate le piattaforme esterne, sono entrati in azienda CRM, gestionali, sistemi di ticketing, newsletter, servizi cloud, firme automatiche, inoltri, vecchi server rimasti accesi e account configurati manualmente. La posta elettronica non passa più soltanto dal “server mail dell’azienda”. Spesso esce da molti punti diversi: non sempre censiti, non sempre autorizzati, non sempre firmati correttamente.

SPF, DKIM e DMARC servono proprio a mettere ordine in questo scenario. Ma pubblicare tre record DNS non basta. Il vero lavoro è capire se quei record descrivono davvero il modo in cui l’azienda invia email ogni giorno.

La posta elettronica nasce in un mondo che non esiste più

I primi esperimenti di posta elettronica di rete risalgono al 1971, in un contesto tecnico radicalmente diverso da quello attuale. Allora non esistevano phishing industrializzato, spoofing di dominio, piattaforme marketing cloud, CRM con invii automatici, portali SaaS o supply chain digitali complesse.

L’email si è evoluta nel tempo aggiungendo controlli, policy e strumenti di autenticazione sopra un modello nato quando il livello di fiducia della rete era incomparabilmente più alto. Questo spiega perché molte configurazioni “storiche” continuano a funzionare tecnicamente, ma non sono più adeguate dal punto di vista della sicurezza, della recapitabilità e della governance.

Un server può ancora inviare posta. Un account può ancora spedire messaggi. Un gestionale può ancora produrre notifiche. Una newsletter può ancora partire. Ma questo non significa che tutto sia coerente con SPF, DKIM e DMARC, né che il dominio aziendale sia protetto da abusi o errori silenziosi.

Nel 2026, il tema non è più solo “la posta funziona?”. La domanda corretta è: la posta esce davvero dai server che il dominio dichiara come autorizzati?

SPF, DKIM e DMARC non sono decorazioni DNS

SPF, DKIM e DMARC vengono spesso trattati come tre voci tecniche da sistemare una volta sola. In realtà sono tre strumenti distinti, che funzionano bene soltanto se rappresentano fedelmente l’infrastruttura reale di invio.

SPF indica quali server sono autorizzati a inviare posta per conto di un dominio. Il problema è che molte aziende, nel tempo, accumulano servizi su servizi: Microsoft 365, Google Workspace, CRM, piattaforme newsletter, gestionali, sistemi di fatturazione, ticketing, portali HR, software verticali. Ogni servizio deve essere incluso correttamente. Ma SPF ha anche un limite tecnico critico: la valutazione non deve superare i 10 meccanismi che causano query DNS aggiuntive (come definito dall’RFC 7208). Se il record diventa troppo esteso o disordinato, può fallire restituendo un PermError — proprio mentre cerca di autorizzare troppe sorgenti. E quando SPF fallisce in questo modo, DMARC perde uno dei suoi due pilastri di allineamento.

DKIM

aggiunge una verifica diversa. Non si limita a dichiarare “questo server può spedire”, ma associa il messaggio a un dominio attraverso una firma crittografica verificabile tramite chiave pubblica pubblicata nel DNS. Il meccanismo consente al dominio firmatario di assumersi una responsabilità tecnica sul messaggio, indipendentemente dal server che lo ha trasmesso.

DMARC

 governa il comportamento complessivo. Permette al proprietario del dominio di comunicare ai server riceventi cosa fare quando SPF o DKIM non risultano allineati, e consente di ricevere report sull’utilizzo del dominio aggregati, o più dettagliati sui singoli fallimenti, a seconda del supporto offerto dal sistema ricevente.

Il punto è questo: SPF, DKIM e DMARC non servono a “mettere il bollino” sulla posta. Servono a dichiarare, verificare e monitorare l’identità tecnica delle email aziendali.

Se ciò che è scritto nei DNS non corrisponde a ciò che accade davvero, DMARC comincia a mostrare il problema.

Quando DMARC segnala un fallimento, di solito ha ragione

DMARC non è capriccioso: confronta quello che il dominio dichiara con quello che i server riceventi osservano. Se una newsletter parte da una piattaforma non autorizzata, DMARC rileva un fallimento. Se un gestionale invia email senza DKIM configurato correttamente, DMARC rileva un fallimento. Se un account viene usato tramite il server SMTP sbagliato, DMARC rileva un fallimento. Se un vecchio server interno continua a spedire posta — anche se nessuno lo considera più parte dell’infrastruttura ufficiale — DMARC rileva un fallimento.

In altre parole, DMARC non scopre solo gli attacchi. Scopre anche il disordine.

E nelle aziende, il disordine della posta elettronica è molto più comune di quanto sembri.

Il problema dei vecchi server e delle configurazioni ereditate

Molte infrastrutture email aziendali non sono state progettate da zero in modo ordinato. Sono state costruite nel tempo: un provider cambiato, un server migrato, un gestionale aggiunto, una newsletter esternalizzata, un dominio secondario, un sistema di ticketing, un vecchio applicativo che manda notifiche automatiche, un server SMTP interno rimasto attivo “perché tanto serve ancora”.

Questa stratificazione genera debito tecnico. Non solo codice vecchio o software non aggiornato: anche una configurazione che nessuno ha più il coraggio, il tempo o la memoria storica per toccare. La posta continua a funzionare, quindi non viene analizzata. Ma nel frattempo i criteri antispam si sono irrigiditi, i grandi provider valutano con maggiore attenzione l’autenticazione, i clienti sono più esposti a tentativi di frode e i domini aziendali sono diventati asset reputazionali da proteggere.

Una configurazione email vecchia non è per forza sbagliata. Va verificata. Il rischio reale è che l’azienda continui a ragionare come se esistesse un solo server di posta, mentre nella realtà le email escono da molti sistemi diversi.

Open relay, server mal configurati e relay permissivi

Un tema spesso sottovalutato riguarda i relay. Un open relay è un server che consente a soggetti non autorizzati di inviare posta verso terzi: una configurazione che da decenni dovrebbe essere evitata, perché può essere sfruttata per spam e invii non controllati. Oggi un mailserver ben gestito non dovrebbe accettare traffico da open relay e dovrebbe affidarsi anche a controlli reputazionali, blacklist e meccanismi di blocco.

Ma non esistono solo gli open relay evidenti. Ci sono anche configurazioni meno appariscenti ma comunque problematiche: server con comportamenti troppo permissivi, MTA installati frettolosamente, vecchie macchine lasciate attive, applicativi che usano credenziali generiche, account configurati in modo da usare sempre lo stesso server SMTP anche quando il mittente appartiene a un dominio diverso.

In questi casi il problema può non sembrare grave: l’invio parte, il messaggio arriva, l’utente non vede errori. Ma dal punto di vista dell’autenticazione, quella posta può non essere coerente. Ed è qui che nascono molti fallimenti difficili da diagnosticare.

Il caso degli account multipli e del server di uscita sbagliato

Un esempio molto comune riguarda i client di posta configurati con più account. Un utente gestisce cinque, dieci, a volte decine di caselle condivise o alias. Se il client usa sempre lo stesso server SMTP di uscita — oppure se l’account principale spedisce messaggi per identità diverse senza controlli adeguati — il risultato può essere tecnicamente incoerente.

Dal punto di vista dell’utente è tutto normale: seleziona il mittente, scrive e invia. Dal punto di vista del server ricevente, però, il messaggio racconta un’altra storia: un dominio nel campo mittente, un server di invio non previsto, una firma DKIM assente o non allineata, una policy DMARC che non trova corrispondenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che sta accadendo.

Un mailserver ben configurato dovrebbe governare queste situazioni. Ma molte infrastrutture non lo fanno, soprattutto quando sono nate per accumulo o per urgenza.

Le newsletter sono spesso il punto in cui il problema emerge

Le piattaforme newsletter rappresentano uno dei casi più frequenti. Un’azienda decide di inviare comunicazioni commerciali o informative usando una piattaforma esterna. Il reparto marketing carica i contatti, crea il template, imposta il mittente con il dominio aziendale e inizia a spedire. Tutto sembra funzionare.

Ma se la piattaforma non è stata autorizzata correttamente in SPF, se DKIM non è configurato sul dominio, se il dominio di ritorno non è allineato, o se DMARC è già impostato in modo restrittivo, la newsletter può generare fallimenti, finire nello spam o danneggiare la reputazione del dominio.

Il punto non è “la newsletter è fatta male”. Il punto è che ogni piattaforma che invia email per conto dell’azienda deve essere trattata come parte dell’infrastruttura email aziendale. CRM, ERP, gestionali, sistemi di marketing automation, portali per preventivi, software di assistenza, piattaforme di fatturazione e strumenti di ticketing devono essere mappati, verificati e configurati in modo coerente.

DMARC senza monitoraggio è un’occasione sprecata

Uno degli errori più frequenti è pubblicare DMARC e poi non leggere i report. Questo approccio trasforma DMARC in una semplice riga nel DNS, non in uno strumento di sicurezza operativo.

I report DMARC servono a ricostruire cosa accade al dominio: quali server stanno inviando email, quali passano SPF o DKIM, quali falliscono, quali sorgenti sono legittime ma non ancora configurate, quali invii sembrano sospetti. I report aggregati offrono il quadro complessivo; quelli di fallimento — quando disponibili e supportati dal sistema ricevente — forniscono informazioni più granulari sui singoli messaggi.

Questo significa che non basta “mettere l’indirizzo dei report”. Serve qualcuno, o qualcosa, che li riceva, li analizzi e li trasformi in decisioni operative.

Un dominio può avere DMARC attivo e continuare a essere configurato male. Un dominio può ricevere report pieni di segnali utili senza che nessuno li guardi. Un dominio può mostrare tentativi di abuso, sorgenti dimenticate o invii non conformi — e l’azienda se ne accorge solo quando il problema diventa visibile a un cliente, a un fornitore o a un sistema antispam.

I segnali tecnici: SpamAssassin, DMARC e l’intelligence operativa

In molte infrastrutture, i sistemi antispam non si limitano a decidere se una mail è buona o cattiva. Raccolgono segnali, applicano regole, verificano reputazione, autenticazione, contenuto e comportamento. SpamAssassin, per esempio, include un plugin DMARC che verifica se i messaggi rispettano la policy dichiarata e richiede che siano abilitati anche i controlli SPF e DKIM. In base alla configurazione, questi sistemi possono contribuire a rendere disponibili dati utili sui fallimenti.

Il principio è importante: l’autenticazione email produce segnali tecnici che possono essere raccolti, analizzati e usati per capire cosa accade davvero. Senza monitoraggio, quei segnali restano rumore. Con il monitoraggio, diventano intelligence operativa.

Il rischio più serio non è lo spam: è l’impersonificazione

Quando si parla di SPF, DKIM e DMARC, molte aziende pensano prima di tutto alla recapitabilità. “Mi serve per non finire nello spam.” È vero, ma è solo una parte del problema.

Il tema più serio è l’impersonificazione. Se un attaccante riesce a inviare email che sembrano provenire dal dominio aziendale, può tentare frodi verso clienti, fornitori, amministrazione, direzione o reparti sensibili: una falsa richiesta di pagamento, una modifica IBAN, una comunicazione tecnica contraffatta, una richiesta urgente del management.

Quando l’attacco è rivolto a figure apicali o soggetti ad alto valore, si parla spesso di whaling — una forma mirata di phishing. In questo contesto, DMARC non elimina il rischio, ma può ridurre la possibilità che email non allineate al dominio vengano considerate legittime dai server riceventi, e può aiutare a ricostruire tentativi di abuso attraverso i report.

Il punto non è poter dire “avevamo DMARC”. Il punto è poter dimostrare che il dominio è stato configurato, monitorato e governato in modo coerente nel tempo.

Il falso senso di sicurezza: “abbiamo Microsoft 365” o “abbiamo Google Workspace”

Microsoft 365 e Google Workspace offrono strumenti solidi per la gestione della posta, ma non risolvono automaticamente tutto ciò che ruota intorno al dominio aziendale. Se tutte le email partissero solo da Microsoft o solo da Google, la situazione sarebbe più semplice. Ma raramente è così.

Molte aziende usano piattaforme esterne per newsletter, CRM, fatturazione, ticketing, preventivi, gestionali, e-commerce, portali clienti, sistemi di notifica, software verticali. Alcune usano più domini. Altre hanno sottodomini. Altre ancora hanno vecchi server interni che continuano a inviare email per applicativi legacy.

La domanda giusta non è: “Uso Microsoft 365 o Google Workspace, sono a posto?”

La domanda giusta è: tutte le email che sembrano uscire dal mio dominio passano davvero da sorgenti autorizzate, firmate e monitorate?

Cosa dovrebbe controllare un’azienda

Un controllo serio della posta elettronica aziendale non si limita a verificare se SPF, DKIM e DMARC esistono. Deve ricostruire il perimetro reale. In concreto, bisogna verificare quali domini e sottodomini inviano email, quali server sono autorizzati da SPF, se il record SPF supera o rischia di superare il limite dei 10 lookup DNS, quali piattaforme esterne inviano email per conto dell’azienda e se tutte firmano correttamente con DKIM. Vanno verificati l’allineamento DKIM al dominio mittente, la policy DMARC attiva (osservazione, quarantena o rifiuto), dove arrivano i report e chi li interpreta con quale frequenza. Non vanno trascurati i vecchi server SMTP, MTA, relay, inoltri o applicativi legacy, né i client di posta con account multipli che potrebbero usare server di uscita incoerenti. Vanno mappati newsletter, CRM, ERP e gestionali, e vanno analizzati i segnali di spoofing, abuso o configurazioni non autorizzate.

Questa analisi non serve solo a “mettere a posto la posta”. Serve a ridurre una superficie di rischio che spesso resta invisibile finché non produce un danno reale.

Cosa succede quando si passa troppo presto a DMARC reject

Impostare DMARC con policy p=reject può essere la scelta giusta, ma solo quando l’infrastruttura è stata mappata e verificata. Passare troppo presto a una policy restrittiva può bloccare email legittime: newsletter, notifiche di gestionali, messaggi automatici, comunicazioni da CRM, sistemi di ticketing o applicativi verticali.

Per questo l’approccio corretto è progressivo: prima si osserva, poi si mappano le sorgenti, poi si correggono SPF e DKIM, poi si analizzano i report, poi — con ragionevole certezza che gli invii legittimi siano allineati — si passa a una policy più restrittiva.

DMARC non deve essere usato come interruttore. Deve essere usato come processo.

Una configurazione email va mantenuta, non solo realizzata

La posta elettronica aziendale non è un impianto che si configura una volta e poi si dimentica. Ogni nuovo servizio può cambiare lo scenario. Ogni nuovo CRM può aggiungere una sorgente di invio. Ogni nuova piattaforma newsletter può richiedere una firma DKIM. Ogni cambio provider può modificare SPF. Ogni vecchio server lasciato acceso può continuare a produrre traffico non documentato. Ogni report DMARC ignorato può nascondere un segnale importante.

La sicurezza della posta elettronica deve entrare nella manutenzione ordinaria dell’infrastruttura IT — non come attività estetica, ma come presidio di sicurezza, continuità operativa e reputazione digitale.

In sintesi

SPF, DKIM e DMARC sono strumenti fondamentali, ma non bastano se vengono trattati come semplici record DNS da pubblicare una volta e dimenticare. Il tema centrale è la coerenza tra ciò che il dominio dichiara e ciò che l’azienda fa davvero quando invia email. Se la posta esce da server vecchi, piattaforme non censite, CRM non configurati, newsletter senza firma DKIM, account multipli con SMTP incoerenti o relay gestiti male, DMARC fa emergere il problema. E se nessuno legge i report, il problema resta lì.

Una configurazione email che funzionava dieci anni fa non è automaticamente adeguata oggi. Nel frattempo sono cambiati i rischi, i controlli, le aspettative dei provider, la complessità delle infrastrutture e il valore del dominio come identità digitale.

La posta elettronica non va solo fatta funzionare. Va governata.

Parla con Alchimie Digitali per una verifica della configurazione email aziendale. Se vuoi capire se la tua posta aziendale è davvero configurata in modo coerente, non limitarti a controllare che “funzioni”. Verifica da dove escono le email, chi le firma, quali server sono autorizzati e chi sta leggendo i segnali che DMARC produce.

FAQ

SPF, DKIM e DMARC bastano per proteggere la posta aziendale?

No. Sono una base tecnica essenziale, ma funzionano davvero solo se rappresentano correttamente tutte le sorgenti di invio dell’azienda. Client di posta, CRM, newsletter, gestionali, ticketing, servizi cloud e vecchi server devono essere mappati, autorizzati e monitorati con continuità.

Perché una configurazione email vecchia può diventare un problema?

Perché nel tempo cambiano provider, piattaforme, criteri antispam e modalità di invio. Una configurazione realizzata anni fa può non includere più tutte le sorgenti corrette, può contenere server non più governati o può non essere allineata con SPF, DKIM e DMARC così come sono stati aggiornati dai rispettivi servizi.

Che cosa sono i report DMARC?

No. Avere DMARC attivo è utile, ma se i report non vengono monitorati e interpretati si perde gran parte del valore dello strumento. DMARC serve anche a osservare cosa accade al dominio nel tempo, non solo a pubblicare una policy.

Avere DMARC attivo significa essere al sicuro?

Non automaticamente. Queste piattaforme supportano SPF, DKIM e DMARC, ma devono essere configurati esplicitamente dall’amministratore. E se hai altri servizi che inviano email dal tuo dominio, devono essere inclusi nella configurazione.

Perché le newsletter possono creare problemi con DMARC?

Perché spesso vengono inviate da piattaforme esterne. Se queste piattaforme non sono autorizzate correttamente in SPF, non firmano con DKIM o non sono allineate al dominio aziendale, le email possono fallire i controlli e finire nello spam o essere rifiutate dai server riceventi.

Cosa significa che un server è configurato come relay?

Un relay è un server che inoltra posta. Se è configurato in modo troppo permissivo, può consentire invii non coerenti o non autorizzati, creando problemi di reputazione, autenticazione e sicurezza del dominio.

Microsoft 365 o Google Workspace risolvono automaticamente SPF, DKIM e DMARC?

No. Offrono strumenti importanti, ma l’azienda deve comunque configurare correttamente il dominio e tutte le sorgenti esterne che inviano email per suo conto — come CRM, newsletter, gestionali e sistemi automatici.

Quando conviene fare una verifica tecnica della posta aziendale?

Conviene farla quando si cambia provider, si attiva una nuova piattaforma newsletter o CRM, si notano problemi di recapito, si ricevono segnalazioni di email sospette, si prepara una revisione di sicurezza, o quando SPF, DKIM e DMARC non vengono controllati da molto tempo.

Cos'è il whaling e che relazione ha con DMARC?

Conviene farla quando si cambia provider, si attiva una nuova piattaforma newsletter o CRM, si notano problemi di recapito, si ricevono segnalazioni di email sospette, si prepara una revisione di sicurezza, o quando SPF, DKIM e DMARC non vengono controllati da molto tempo.

Cosa succede se SPF supera il limite dei 10 lookup DNS?

Il server ricevente restituisce un errore permanente (PermError) che causa il fallimento dell’autenticazione SPF. Se anche DKIM non è configurato correttamente, DMARC non trova nessun meccanismo allineato e può applicare la policy di quarantena o rifiuto, bloccando email legittime.

Condividi:

Workshop: La Rotta verso la NIS2 – come prepararsi alla Direttiva Europea sulla sicurezza informatica

Condividi:

“Locandina dell’evento Alchimie Digitali ‘Workshop: La rotta verso la NIS2 – Come prepararsi alla Direttiva Europea sulla sicurezza informatica’, in programma il 2 dicembre 2025 a Modena. A sinistra, un’immagine cinematografica in stile Star Trek mostra un equipaggio in divisa attorno a un tavolo olografico con la mappa dell’Europa e le parole ‘Formazione’ e ‘Implementazione’. A destra, i dettagli dell’evento con loghi, contatti e foto dei relatori Pietro Suffritti e Nicola Fabbri.

La Rotta verso la NIS2

Come prepararsi alla Direttiva Europea sulla sicurezza informatica

Un evento di formazione, confronto e networking sulla sicurezza informatica

La Direttiva Europea NIS2 rappresenta una delle più significative evoluzioni nel campo della sicurezza informatica, imponendo requisiti precisi a tutela della continuità operativa e della resilienza digitale di organizzazioni pubbliche e private.

La scadenza fissata al 31 dicembre 2026 richiede alle aziende di avviare un percorso chiaro e strutturato di adeguamento. Non solo per chi rientra nei settori essenziali e importanti, ma anche — e sempre più spesso — per tutta la supply chain: fornitori, subfornitori, partner tecnologici e produttivi.

Per questo Alchimie Digitali organizza un workshop gratuito aperto a:

  • aziende direttamente soggette alla NIS2,

  • aziende indirettamente coinvolte perché inserite nella supply chain di realtà soggette alla direttiva,

  • manager IT, responsabili sicurezza, DPO, responsabili qualità e compliance.

Scopri il percorso di adeguamento NIS2 con Alchimie Digitali

Durante il workshop presenteremo il modello operativo in 3 fasi sviluppato da Alchimie Digitali, pensato per accompagnare le imprese verso la completa conformità.

FASE 0 – Formazione obbligatoria

Diffondere una cultura della sicurezza tra Board e Addetti, affinché governance e responsabilità siano allineate alla normativa.

FASE 1 – Analisi e Roadmap

Valutazione dello stato attuale, gestione del rischio, individuazione delle priorità operative e definizione di un piano strategico personalizzato.

FASE 2 – Implementazione operativa

Attuazione delle misure tecniche, organizzative e procedurali richieste dalla direttiva, con evidenze e documentazione conformi.

Perché partecipare

Partecipando al workshop potrai:
✓ Comprendere cosa cambia con la NIS2 e quali obblighi imporrà al tuo settore.
✓ Capire come la direttiva impatta direttamente e indirettamente sulla tua azienda attraverso la supply chain.
✓ Confrontarti con i consulenti e i formatori NIS2 di Alchimie Digitali.
✓ Prepararti a rispondere a richieste di audit, contratti e requisiti di clienti e partner.

Iscrizione e contatti

La partecipazione al workshop “La Rotta verso la NIS2” è gratuita, ma la registrazione è obbligatoria per garantire il posto in sala.
L’evento si terrà presso la sede di Alchimie Digitali a Modena, martedì 2 dicembre 2025, dalle 15:30 alle 17:00.

Per iscriversi: info@adigitali.it

I posti sono limitati e verranno assegnati in ordine di registrazione.

FAQ

Cos’è la Direttiva NIS2?

È la nuova direttiva europea che impone alle aziende misure di sicurezza informatica più rigorose per garantire la resilienza dei servizi essenziali e digitali.

Quali settori rientrano nella Direttiva NIS2?

La NIS2 si applica a due categorie di organizzazioni:

  • Enti essenziali, che operano in settori critici come energia, trasporti, sanità, acqua, infrastrutture digitali, pubblica amministrazione, finanza e spazio.

  • Enti importanti, attivi in ambiti come manifattura, servizi postali, rifiuti, chimica, alimentare, ricerca o altri settori industriali strategici.

Chi deve adeguarsi alla NIS2?

La direttiva si applica a organizzazioni pubbliche e private che operano in settori critici (energia, trasporti, sanità, ICT, manifattura, ecc.) o che forniscono servizi digitali essenziali.

Come si distingue un ente “essenziale” da uno “importante”?

La differenza principale riguarda l’impatto che un incidente informatico potrebbe avere sui servizi e sulla società.
Gli enti essenziali gestiscono servizi la cui interruzione può compromettere la sicurezza o l’economia nazionale, mentre gli enti importanti hanno un ruolo rilevante ma meno critico.

Qual è la scadenza per la conformità NIS2?

Il termine per completare l’adeguamento è fissato al 31 dicembre 2026.

Le PMI devono adeguarsi alla NIS2?

Sì, se operano in uno dei settori individuati o se forniscono servizi a un’organizzazione che rientra nella direttiva.
La NIS2 non si basa solo sulla dimensione aziendale, ma anche sull’importanza del servizio o prodotto fornito.

Come può aiutarmi Alchimie Digitali?

Offriamo un percorso completo in tre fasi (formazione, analisi e implementazione) per accompagnare l’azienda verso la piena conformità normativa, con un approccio personalizzato e pragmatico.

Quali sono gli obblighi previsti dalla NIS2?

Le aziende devono implementare misure tecniche e organizzative per:

  • prevenire e mitigare gli incidenti informatici;

  • garantire continuità operativa e piani di risposta agli incidenti;

  • segnalare tempestivamente eventuali violazioni o attacchi;

  • assicurare formazione e consapevolezza del personale;

  • documentare governance, ruoli e responsabilità legate alla sicurezza.

Cosa rischia chi non si adegua alla NIS2?

Le sanzioni possono arrivare fino a 10 milioni di euro o al 2% del fatturato annuo globale.
Inoltre, la direttiva introduce responsabilità diretta per gli amministratori e obblighi di vigilanza sui processi aziendali di sicurezza.

Condividi: