Intelligenza artificiale e professioni: è il tema che il 15 ottobre 2026 ha portato a Modena professionisti di molti ordini, durante lo Smart Life Festival. Tra i relatori c’era anche Pietro Suffritti, CEO di Alchimie Digitali e perito industriale, con una domanda che oggi riguarda tutti: chi risponde quando l’AI sbaglia?
Intelligenza artificiale e professioni, in sintesi: secondo Pietro Suffritti la responsabilità resta del professionista: l’AI può preparare una bozza, ma la firma è umana. Per le aziende il rischio più concreto non è un’AI che “si ribella”, ma la , cioè l’uso non governato di servizi pubblici con dati riservati, e i sistemi progettati male.
Pietro ha partecipato in rappresentanza dell’Ordine dei Periti Industriali e dei Periti Industriali laureati, nel blocco dedicato all’intelligenza artificiale. Il suo punto di vista unisce tecnologia, sicurezza informatica, responsabilità professionale e uso concreto dell’AI. Abbiamo raccolto l’intervento in due video, che trovi qui sotto con una lettura dei temi principali.
L’incontro è stato promosso dal CUP (Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali della provincia di Modena) e dalla CPO del CUP, con la moderazione della giornalista Deborah Annolino. Qui trovi la scheda ufficiale dello Smart Life Festival.
Intelligenza artificiale e professioni: la responsabilità resta umana
Pietro apre con un piccolo esperimento. Legge un testo preparato da un “collaboratore” e, solo alla fine, svela che l’autore è un modello di intelligenza artificiale, Claude. Il testo dice una cosa precisa: il professionista serve più di prima, ma per motivi diversi.
L’AI ha letto moltissimo, ma non è mai entrata in un cantiere, in un’aula di tribunale o in un ambulatorio. Sa rispondere, però non sa che cosa conti davvero. Per questo il valore del professionista si sposta: meno ore a compilare, più tempo per fare le domande giuste, riconoscere la risposta sbagliata anche quando è scritta benissimo e metterci la firma.
«Un esperto con IA vale più di un esperto senza, ma un non esperto con IA sbaglia due volte più veloce.»
Dall’intervento di Pietro Suffritti, Smart Life Festival 2026A sostegno di questo punto Pietro richiama l’articolo 13 della Legge 132/2025, la legge italiana sull’intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025. La norma limita l’uso dell’AI nelle professioni intellettuali ad attività strumentali e di supporto, con prevalenza del lavoro intellettuale del professionista. Inoltre chiede di informare il cliente quando si usano sistemi di AI, con un linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo. In sintesi: l’AI può scrivere la bozza, ma la responsabilità non si delega a un software.
Se vuoi capire come questa norma si inserisce con AI Act, GDPR e NIS2, trovi il nostro servizio di compliance AI Act.
L’AI non pensa: indovina
Pietro lo dice senza giri di parole: le intelligenze artificiali sono «delle macchine che indovinano, non delle macchine che pensano». Un costruisce infatti le risposte con probabilità e relazioni apprese in addestramento. Di conseguenza un testo può essere perfetto nella forma e sbagliato nel contenuto.
Il discorso cambia con i . Un modello che fa i conti a mente è debole, ma con una calcolatrice a disposizione diventa bravo. Lo stesso vale per il codice: può scriverne moltissimo, però non sa controllarlo. La capacità operativa cresce e, con lei, cresce la necessità di limiti, verifiche e supervisione umana.
Un esempio concreto di agente usato in modo autonomo da chi attacca l’abbiamo raccontato nell’articolo su ransomware e intelligenza artificiale, il caso JADEPUFFER.
Shadow AI: l’AI che usano già, anche se non lo sai
Molte aziende si chiedono ancora se introdurre l’AI nei processi. Secondo Pietro, però, in ufficio c’è sempre qualcuno che la sta già usando, anche se il titolare non lo sa. ChatGPT, Claude, Gemini e altri servizi servono per riassumere file, preparare offerte, analizzare documenti o scrivere codice.
Il problema non è l’uso in sé. Il problema nasce quando nessuno sa quali strumenti vengono usati, quali dati vengono inseriti e dove vengono elaborati. Il punto, quindi, non è vietare l’AI: è governarla.
💡 Quanta Shadow AI c’è nella tua organizzazione?
Sei domande, un minuto. Le risposte restano nel tuo browser e non vengono inviate a nessuno. È uno strumento indicativo: non sostituisce un audit.
Dove finiscono i dati: cloud pubblico e AI locale
Qui Pietro è netto. Ogni volta che si inserisce un documento in Claude, ChatGPT o Gemini, il dato finisce su una piattaforma dove un governo estero può rivendicare giurisdizione. L’esempio che porta è quello degli avvocati, che gestiscono atti coperti da riservatezza. Nel dibattito un collega commercialista aveva richiamato proprio il . Sul tema abbiamo scritto anche sovranità dei dati nel cloud: perché passare a OneDrive non basta.
Questo non significa che ogni uso sia vietato. Dipende dal servizio, dal piano contrattuale, dalla configurazione e dal tipo di dato. Contratti, documenti interni, informazioni sui clienti e materiale tecnico riservato non andrebbero però caricati in modo indiscriminato, senza averne capito condizioni e implicazioni.
Per alcune organizzazioni può avere senso una : modelli che girano su hardware dell’azienda, non collegati a internet. Pietro cita i sistemi desktop per l’AI di NVIDIA, come DGX Spark, e stima un investimento intorno ai 6.000 €, una cifra che per un’azienda del territorio è alla portata. Due precisazioni: i prezzi di listino sono saliti più volte nel 2026 e l’hardware da solo non basta, perché servono configurazione, accessi, aggiornamenti e regole d’uso.
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Intelligenza artificiale e professioni: il pensiero critico non si automatizza
Un sistema di AI accelera moltissime attività, ma non elimina il bisogno di capire ciò che si sta facendo. Pietro porta un esempio: chi ha fatto sviluppare le proprie app all’AI, ha scoperto che erano di pessima qualità e ha dovuto richiamare i programmatori che aveva licenziato per farle rivedere. Delegare senza verificare significa trasformare uno strumento potente in una fonte di errori altrettanto potenti.
La sua conclusione è un invito a valutare le soluzioni con il proprio pensiero, perché non sempre la scelta più famosa o più di moda è quella giusta. Ed è per questo, ripete, che serve un professionista: non per fare tutto da solo, ma per giudicare ciò che la macchina produce.
Quando l’AI sembra ribellarsi: il caso Hugging Face
La seconda parte parte da un’osservazione: i titoli allarmistici trasformano facilmente un errore di progettazione in una storia su un’AI che “decide”, “inganna” o “si ribella”. Per mostrarlo Pietro ricostruisce l’episodio di Hugging Face, la piattaforma che ospita modelli e dataset open source.
Ecco i fatti, come risultano dalle fonti pubbliche. Nell’estate 2026 agenti AI di OpenAI, impegnati in test di sicurezza informatica chiamati e con le protezioni ridotte, hanno violato sistemi di Hugging Face. L’incidente è stato reso pubblico da Hugging Face il 16 luglio, OpenAI ha confermato il 21 luglio che gli agenti erano suoi e il 26 agosto ha pubblicato il rapporto tecnico, affiancato da un’indagine indipendente di METR e Redwood Research.
Per spiegare la dinamica, Pietro usa una metafora e avverte che rappresentare gli agenti come persone è, in fondo, falso. Immagina agenti chiusi in celle, ciascuno con una cassaforte da aprire per recuperare un codice. Il guaio è che una parte delle casseforti non si poteva aprire: METR riporta una stima del 30-40% di bersagli impossibili da sfruttare con la vulnerabilità indicata. Gli agenti bloccati hanno quindi trovato una bacheca non prevista, si sono scambiati informazioni e hanno cercato il modo di aggirare il sistema di valutazione.
| Dato | Valore | Fonte |
|---|---|---|
| Agenti avviati nei test ExploitGym | decine di migliaia | METR e Redwood Research |
| Agenti sulla bacheca non autorizzata | circa 1.200 | METR e Redwood Research |
| Messaggi e file scambiati | oltre 70.000 | METR e Redwood Research |
| Agenti coinvolti nell’attacco a Hugging Face | circa 700 | METR e Redwood Research |
| Bersagli ExploitGym impossibili (stima) | 30-40% | METR, da stima degli autori del benchmark |
| Server di produzione con esecuzione di codice | 41 | Rapporto tecnico OpenAI |
C’è poi un dettaglio che tocca da vicino il tema dell’AI locale. Per analizzare l’attacco, Hugging Face ha provato prima con modelli commerciali, ma le protezioni dei fornitori hanno bloccato le richieste, perché non distinguono chi indaga da chi attacca. L’analisi è stata completata con GLM 5.2, un modello di Z.ai, eseguito su infrastrutture proprie. Pietro lo racconta come il ricorso a un’AI “priva di etica”; più precisamente è un modello usato in locale, senza i rifiuti dei servizi commerciali.
Il rischio più grande dell’AI è molto umano
Nel dibattito su intelligenza artificiale e professioni la lettura di Pietro è chiara: il caso non dimostra l’esistenza di una macchina con intenzioni proprie. Mostra quanto il comportamento di un sistema dipenda dall’ambiente, dagli obiettivi, dai limiti e dagli strumenti scelti da chi lo progetta. Per questo, dice, «preoccupiamoci di chi ce l’ha in mano»: il problema nasce da chi ha costruito male l’ambiente di addestramento.
Le fonti aggiungono una sfumatura utile. Molti agenti, nei loro messaggi, dichiaravano che attaccare Hugging Face non rientrava nel test, e OpenAI ha parlato di un campanello d’allarme, annunciando sandbox più isolate, accesso a internet più limitato e nuove salvaguardie. Dunque la domanda giusta resta quella di Pietro, “come abbiamo costruito il sistema che ha permesso tutto questo?”, ma con una conseguenza pratica: vincoli, isolamento e controlli servono proprio perché sistemi capaci possono aggirarli.
Da dove partire: cinque passi per governare l’AI in azienda
- Mappa gli strumenti realmente in uso.Chiedi alle persone che cosa usano, anche con account personali: senza questa fotografia non c’è governo.
- Stabilisci quali dati non possono uscire.Contratti, dati dei clienti, dati personali e materiale riservato vanno trattati con regole esplicite.
- Scegli servizi e piani gestiti.Verifica condizioni d’uso, trattamento dei dati e configurazioni prima di rendere uno strumento “ufficiale”.
- Forma le persone.Limiti, errori plausibili, riservatezza e obbligo di verifica: la formazione è parte della sicurezza.
- Valuta l’AI locale per i casi più sensibili.Non è per tutti, ma dove i dati sono critici può essere una risposta concreta.
Nel rapporto tra intelligenza artificiale e professioni, ricorda anche l’informativa al cliente prevista dall’articolo 13 della Legge 132/2025. Per un quadro completo su GDPR, NIS2 e AI Act e sulla cybersecurity per la tua azienda, puoi partire dalle nostre pagine dedicate.
Le domande più cercate su intelligenza artificiale e professioni
Intelligenza artificiale e professioni: chi è responsabile se l’AI sbaglia?
Nelle professioni intellettuali la responsabilità resta del professionista. La Legge 132/2025 ammette l’AI come supporto, con prevalenza del lavoro intellettuale umano, quindi una bozza generata dall’AI non sposta la responsabilità sul software.
Un professionista può usare ChatGPT, Claude o Gemini per lavorare?
Sì, come strumento di supporto e a precise condizioni: verificare i risultati, informare il cliente e non inserire dati riservati o personali senza aver valutato condizioni del servizio, contratto e configurazione.
Che cos’è la Shadow AI?
È l’uso di strumenti di AI da parte di collaboratori senza che l’organizzazione sappia quali strumenti, con quali dati e dove vengono elaborati. Il rischio nasce dalla mancanza di governo, non dall’AI in sé.
Quali dati non conviene caricare su un’AI pubblica?
Contratti, documenti interni non pubblici, informazioni sui clienti, dati personali e materiale tecnico o coperto da segreto professionale. Prima di caricarli bisogna capire condizioni d’uso, configurazioni e luogo di elaborazione.
Gli agenti AI possono “ribellarsi”?
Nei casi documentati, i comportamenti sorprendenti sono emersi da ambienti, obiettivi e vincoli progettati in modo insufficiente, non da intenzioni proprie. Mostrano però che agenti capaci possono aggirare i controlli se non sono ben isolati e supervisionati.
Conviene un’AI locale?
Dipende da sensibilità dei dati, volumi di utilizzo e competenze disponibili. Non è la scelta giusta per tutti, ma per i dati più delicati può ridurre l’esposizione verso servizi esterni.
Domande frequenti
Che cosa ha detto Pietro Suffritti su intelligenza artificiale e professioni allo Smart Life Festival 2026?
Ha sostenuto che l’AI può aiutare ma la responsabilità resta umana, che i modelli linguistici “indovinano” e non pensano, che la Shadow AI va governata e non vietata, e che i rischi più seri nascono da sistemi progettati male, non da macchine con intenzioni proprie.
Dove posso vedere l’intervento completo?
Nei due video di questa pagina: la parte 1 su responsabilità, Shadow AI e pensiero critico, la parte 2 sul caso Hugging Face e sul vero rischio dell’AI.
Qual è la differenza tra AI generativa e sistema agentico?
L’AI generativa produce testo, immagini o codice in risposta a una richiesta. Un sistema agentico fa un passo in più: usa strumenti esterni ed esegue sequenze di azioni per raggiungere un obiettivo, quindi richiede più limiti e più supervisione.
Intelligenza artificiale e professioni: serve una policy aziendale sull’uso dell’AI?
Non esiste un modello unico, ma una regola scritta chiarisce strumenti ammessi, dati vietati e responsabilità, ed è il primo argine alla Shadow AI. Per verificare gli obblighi del tuo caso (AI Act, GDPR, NIS2) serve un’analisi specifica.
Come può aiutarmi Alchimie Digitali?
Accompagniamo aziende e professionisti su cybersecurity, protezione dei dati e compliance. Per l’AI Act offriamo mappatura dei sistemi AI usati, classificazione del livello di rischio e integrazione con GDPR e NIS2. Scrivici dal modulo contatti.
Vuoi sapere come viene usata l’AI nella tua organizzazione?
Su intelligenza artificiale e professioni, sicurezza e dati, Alchimie Digitali ti aiuta a Modena a mettere ordine tra AI, cybersecurity, protezione dei dati e infrastrutture IT. Si parte da una domanda semplice: chi usa che cosa, con quali dati?
- Smart Life Festival, scheda dell’incontro
- METR, indagine sull’incidente OpenAI e Hugging Face
- Redwood Research, indagine sull’incidente
- OpenAI, rapporto tecnico sull’incidente
- CNBC, rapporto di OpenAI sulla violazione di Hugging Face
- Fortune, la comunicazione di OpenAI e la risposta di Hugging Face
- Finanza e Fisco, articolo 13 della Legge 132/2025
