Trenitalia, Eataly, Consiglio d’Europa: una settimana di attacchi e cosa insegna alle aziende

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Trenitalia, Eataly, Consiglio d'Europa: una settimana di attacchi e cosa insegna alle aziende

In pochi giorni tre organizzazioni molto diverse tra loro, i treni, la grande distribuzione alimentare e un'istituzione europea per i diritti umani, hanno comunicato di aver subito una violazione dei propri sistemi. Nessun settore è al riparo, e la vera differenza tra chi limita il danno e chi lo subisce fino in fondo si gioca prima dell'attacco, non dopo.

In breve: a giugno 2026 Trenitalia, Eataly e il Consiglio d'Europa hanno reso pubbliche tre violazioni distinte dei propri sistemi informatici, con dati anagrafici, di viaggio, di acquisto e in un caso anche sanitari e retributivi potenzialmente esposti. I casi mostrano tre approcci diversi alla gestione dell'incidente, dalla notifica tempestiva alla comunicazione ancora in corso di verifica, e confermano che la preparazione a un attacco conta quanto la sua gestione.

Tempo di lettura: 7 minuti · Trenitalia · Eataly · Consiglio d'Europa · Cosa hanno in comune · Come possiamo aiutarti · FAQ

Trenitalia: violati i dati di viaggio di alcuni passeggeri

Trenitalia ha comunicato ai clienti coinvolti un incidente di sicurezza informatica che ha portato a un accesso non autorizzato ad alcuni dati personali legati ai titoli di viaggio, causato secondo l'azienda da soggetti esterni non identificati. Tra le informazioni potenzialmente esposte figurano dati anagrafici, recapiti, dettagli del viaggio come tratta e orario, codice della carta fedeltà ed estremi del documento d'identità, mentre l'azienda ha escluso il coinvolgimento di credenziali di accesso e dati di pagamento. Trenitalia ha notificato l'accaduto al Garante per la Protezione dei Dati Personali e al CSIRT Italia, e ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Roma.

Il punto critico: mesi tra l'attacco e la comunicazione

L'intrusione risalirebbe a ottobre 2025, mentre la comunicazione ai clienti è arrivata solo il 26 giugno 2026: un divario di diversi mesi che l'azienda attribuisce alla complessità delle verifiche tecniche necessarie per ricostruire con precisione gli accessi e identificare le persone coinvolte. Il rischio principale segnalato riguarda ora comunicazioni fraudolente e tentativi di spear phishing costruiti su dati di viaggio reali, che risultano più credibili proprio perché corretti.

Fonte: CyberSecItalia

Eataly: attacco all'e-commerce, dati anagrafici a rischio

Eataly ha subito un attacco informatico alla propria piattaforma e-commerce, notificando l'incidente sia al Garante che al CSIRT Italia ai sensi di GDPR e NIS2. Tra i dati potenzialmente esposti figurano dati anagrafici, codici fiscali, recapiti e storico degli acquisti, mentre le password sono risultate cifrate correttamente e non risulta un download effettivo dei dati. Ne avevamo già parlato in modo approfondito, con la timeline completa della risposta e le scadenze NIS2 2026 da tenere d'occhio, nell'articolo L'attacco a Eataly e la NIS2: cosa cambia per le aziende italiane.

Consiglio d'Europa: 297 GB di dati sottratti da ShinyHunters

Il gruppo estorsivo ShinyHunters ha rivendicato la violazione dei sistemi del Consiglio d'Europa, l'organizzazione con sede in Francia che riunisce 46 Stati membri, dichiarando di aver sottratto oltre 429.000 file per circa 297 gigabyte provenienti da risorse umane, Segretariato e Assemblea Parlamentare. Tra il materiale rivendicato figurerebbero quindici anni di buste paga di oltre diecimila dipendenti, curriculum, fascicoli personali e dati bancari, fiscali e sanitari. Il Consiglio d'Europa ha dichiarato di essere al lavoro per verificare l'accaduto, senza confermare pubblicamente l'entità del danno al momento della rivendicazione.

Il punto critico: uno zero-day che ha colpito oltre cento organizzazioni

Diversi esperti collegano l'attacco a una vulnerabilità zero-day nel software gestionale Oracle PeopleSoft, già sfruttata dallo stesso gruppo, secondo Mandiant identificato anche come UNC6240, per compromettere circa 300 istanze appartenenti a oltre cento organizzazioni nel mondo, in gran parte università. È un esempio diretto di come un singolo punto debole in una piattaforma enterprise molto diffusa possa trasformarsi in una campagna su larga scala prima ancora che il fornitore rilasci una patch ufficiale.

Fonte: Byte.it

I tre casi a colpo d'occhio

OrganizzazioneCosa è stato colpitoNotifica
TrenitaliaDati di viaggio e anagrafici dei passeggeriGarante Privacy e CSIRT Italia, denuncia in Procura
EatalyPiattaforma e-commerce, dati anagrafici e acquistiGarante Privacy e CSIRT Italia ai sensi di GDPR e NIS2
Consiglio d'EuropaSistemi HR e paghe, dati bancari e sanitariIndagine interna in corso, nessuna conferma pubblica al momento della rivendicazione

Cosa hanno in comune questi tre casi

Al di là del settore e della gravità, i tre episodi condividono un filo conduttore utile per qualunque azienda. Il primo è che i dati apparentemente secondari, come una tratta ferroviaria, uno storico di acquisti o una busta paga, sono in realtà tra i più preziosi per chi organizza truffe mirate, perché rendono credibile un messaggio fraudolento molto più di una password rubata. Il secondo è che la velocità della comunicazione fa la differenza tra un incidente gestito e uno che si trascina: Eataly ha comunicato entro pochi giorni, Trenitalia dopo mesi di verifiche tecniche, e proprio quel divario temporale è oggi al centro delle critiche più severe. Il terzo è che la catena di fornitura tecnologica resta un punto debole strutturale, come dimostra il caso del Consiglio d'Europa: una singola vulnerabilità su una piattaforma enterprise diffusa può trasformarsi in un incidente per oltre cento organizzazioni contemporaneamente, indipendentemente da quanto siano solide le loro difese interne.

Il risultato pratico è che NIS2 e GDPR non vanno più trattati come due adempimenti paralleli gestiti da uffici diversi, ma come un unico processo coordinato tra team tecnico, legale e privacy, capace di rispettare contemporaneamente i tempi di notifica al CSIRT Italia, entro 24 ore per la pre-notifica e 72 per la notifica completa, e quelli verso il Garante quando è coinvolta una violazione di dati personali.

Come possiamo aiutarti

La domanda utile, dopo aver letto tre casi come questi, non è se un incidente possa capitare, ma se la tua azienda saprebbe gestirlo con la stessa rapidità e trasparenza viste nei casi meglio gestiti. Un buon punto di partenza è il nostro Self-Assessment NIS2 gratuito, che restituisce un report preliminare con priorità di intervento senza salvare alcun dato sul server. Per chi ha bisogno di una valutazione più approfondita, inclusa la mappatura dei fornitori critici che, come nel caso PeopleSoft, possono trasformare un problema altrui nel proprio problema, c'è l'Audit NIS2 Preliminare, con analisi delle vulnerabilità, monitoraggio OSINT e Dark Web e un report finale con azioni correttive puntuali.

Domande frequenti

Perché aziende di settori così diversi vengono colpite nello stesso periodo?

Perché tutte gestiscono grandi volumi di dati personali facilmente monetizzabili, e gli attaccanti seguono le vulnerabilità disponibili più che un settore specifico: una piattaforma enterprise diffusa o un e-commerce mal protetto sono bersagli concreti indipendentemente dal comparto in cui opera l'azienda.

Perché i dati di viaggio o di acquisto sono pericolosi anche senza password rubate?

Perché permettono di costruire messaggi fraudolenti estremamente credibili facendo riferimento a eventi reali, come un viaggio effettivamente prenotato o un acquisto realmente effettuato, ed è proprio questa credibilità a rendere efficace lo spear phishing.

Quanto tempo può passare tra un attacco e la sua comunicazione ai clienti?

La normativa richiede di notificare senza ingiustificato ritardo, ma le verifiche tecniche per ricostruire con certezza chi sia stato coinvolto possono richiedere tempo: il caso Trenitalia mostra però che un divario di mesi tra l'evento e la comunicazione può diventare oggetto di critiche pubbliche e istituzionali, anche quando la normativa lo consente in casi di reale complessità accertativa.

Cosa può fare un'azienda per ridurre il rischio legato ai fornitori tecnologici?

Mappare i fornitori critici e le piattaforme enterprise utilizzate, verificarne gli standard di sicurezza e includere nei contratti obblighi chiari su notifica degli incidenti e diritto di audit, perché una vulnerabilità del fornitore può diventare un incidente proprio nel giro di poche ore.

Approfondisci su Alchimie Digitali

Fonti ufficiali della notizia: CyberSecItalia per il caso Trenitalia, Cybersecurity360 per il caso Eataly, e Byte.it per il caso Consiglio d'Europa.

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L’attacco a Eataly e la NIS2: cosa cambia per le aziende italiane

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L'attacco a Eataly e la NIS2: cosa cambia per le aziende italiane

L'attacco a Eataly e la NIS2: cosa cambia per le aziende italiane

A giugno Eataly ha subito un attacco al proprio e-commerce, con dati anagrafici, codici fiscali e storico acquisti tutti potenzialmente esposti: quello che vale la pena leggere però è come Eataly ha risposto, con notifica alle autorità entro i termini NIS2 e GDPR, comunicazione diretta ai clienti, logout forzato da tutti gli account e partner di cybersecurity attivati nelle ore successive. È esattamente il processo che la norma richiede, e vederlo applicato da un'azienda italiana concreta vale più di qualsiasi guida teorica. E se ti succedesse domani?

In breve: a giugno 2026 l'e-commerce di Eataly ha subito un attacco informatico che ha esposto potenzialmente dati anagrafici, codici fiscali, recapiti e storico acquisti dei clienti, mentre le password sono risultate cifrate e non risulta un download effettivo dei dati. L'azienda ha reagito con logout forzato da tutti gli account, notifica alle autorità entro i termini NIS2 e GDPR e comunicazione diretta ai clienti, un processo che la normativa richiede a ogni soggetto che gestisce dati di clienti online.

Tempo di lettura: 6 minuti · Cosa è successo · Il processo applicato · Scadenze NIS2 · Come possiamo aiutarti · Cosa impariamo · FAQ

Cosa è successo

Eataly ha subito un attacco informatico alla propria piattaforma e-commerce e ha prontamente notificato l'incidente alle autorità competenti e ai clienti, in conformità con il GDPR e la direttiva NIS2, che classifica la distribuzione alimentare come settore critico e impone standard rigorosi nella gestione della sicurezza. Tra i dati potenzialmente a rischio figurano dati anagrafici, codici fiscali, recapiti e storico degli acquisti, mentre le password sono risultate cifrate correttamente e non vi è alcuna evidenza di download dei dati sensibili. Gli utenti registrati sono stati avvisati via email riguardo al potenziale rischio di phishing.

Dati a rischio e dati al sicuro, in sintesi

CosaStato
Dati anagrafici, codici fiscali, recapitiPotenzialmente esposti
Storico degli acquistiPotenzialmente esposto
PasswordCifrate correttamente
Dati delle carte di pagamentoNon memorizzati da Eataly, quindi non coinvolti
Download effettivo dei datiNessuna evidenza al momento della comunicazione

Il processo che la norma richiede, applicato

Quello che rende questo caso un riferimento concreto, più che un ennesimo allarme, è la sequenza delle azioni messe in campo nelle ore successive alla scoperta dell'attacco.

1. RilevamentoIndividuazione dell'intrusione sull'infrastruttura e-commerce
2. ContenimentoLogout forzato da tutti gli account attivi
3. Verifica tecnicaPartner di cybersecurity attivati per le analisi
4. NotificaComunicazione alle autorità nei termini NIS2 e GDPR
5. TrasparenzaComunicazione diretta e tempestiva ai clienti

È lo stesso schema che molte aziende hanno sulla carta, in un piano di risposta agli incidenti che nessuno ha mai davvero testato: vederlo eseguito da un'azienda italiana riconoscibile, con tempi e passaggi verificabili, vale più di qualsiasi guida teorica sull'argomento.

Le scadenze NIS2 2026 da tenere d'occhio

Il caso Eataly arriva in un momento in cui il calendario NIS2 per i soggetti italiani è già scandito da adempimenti precisi e non prorogabili verso l'ACN, come raccontiamo nell'articolo NIS2 2026: cosa cambia davvero con i nuovi adempimenti ACN e nell'approfondimento sulla categorizzazione ACN del 30 giugno 2026.

ScadenzaAdempimento
31 maggio 2026Designazione del sostituto punto di contatto e aggiornamento dati sul Portale ACN
30 giugno 2026Categorizzazione di attività e servizi nelle 10 macro-aree ACN, finestra non prorogabile
31 ottobre 2026Completamento adozione delle misure di sicurezza di base
31 dicembre 2026Designazione del referente CSIRT
1 gennaio 2027Obbligo di notifica incidenti pienamente operativo

Perché riguarda anche te

La distribuzione alimentare rientra tra i settori indicati come critici dall'allegato II della direttiva NIS2, quindi soggetti a obblighi rafforzati di gestione del rischio e di notifica degli incidenti, ma la logica della norma non si ferma a un elenco di settori: chiunque gestisca dati di clienti, un e-commerce o un'infrastruttura digitale minimamente esposta dovrebbe interrogarsi sulla propria capacità di reagire con la stessa rapidità e trasparenza dimostrata in questo caso.

Cosa può fare Alchimie Digitali per te

La conformità alla NIS2 non si costruisce nei giorni immediatamente successivi a un incidente, ma nella preparazione che li precede, e per questo affianchiamo le aziende con strumenti concreti e non solo documentali. Un buon punto di partenza è il nostro Self-Assessment NIS2 gratuito, che restituisce un report preliminare con score di conformità e priorità di intervento senza salvare alcun dato sul server. Per chi ha bisogno di una valutazione più approfondita c'è l'Audit NIS2 Preliminare, che unisce analisi delle vulnerabilità, revisione dei processi di sicurezza, monitoraggio OSINT e Dark Web e un report finale con azioni correttive puntuali.

Se ti stai chiedendo cosa succederebbe alla tua azienda in un caso simile, o se il tuo piano di risposta agli incidenti esiste solo su carta, è probabilmente il momento giusto per verificarlo prima che sia un attacco a farlo per te.

Cosa impariamo da Eataly

Al di là del singolo incidente, ci sono almeno tre lezioni che restano valide per qualunque azienda gestisca un e-commerce o dati di clienti online. La prima è che il tempo di reazione conta quanto la reazione stessa: Eataly ha bloccato gli accessi con il logout forzato nelle ore immediatamente successive alla scoperta, non giorni dopo, ed è proprio quella rapidità a limitare i danni quando un incidente è ancora in corso. La seconda è che la trasparenza verso i clienti non è un rischio reputazionale ma il contrario: comunicare cosa è successo, cosa è a rischio e cosa è al sicuro, come nel caso delle password rimaste cifrate, costruisce fiducia molto più di un silenzio che poi qualcun altro romperebbe al posto tuo. La terza è che avere già un partner di cybersecurity attivabile in poche ore fa la differenza tra una gestione ordinata e una improvvisata, perché le verifiche tecniche approfondite non si possono organizzare da zero nel momento stesso in cui si scopre l'attacco.

Il punto in comune tra queste tre lezioni è che nessuna si costruisce durante l'emergenza: il logout forzato presuppone un'infrastruttura pronta a farlo, la comunicazione trasparente presuppone un protocollo già scritto e approvato, e il partner di cybersecurity presuppone un rapporto già attivo prima che serva. È esattamente il motivo per cui la NIS2 chiede di prepararsi prima, e non di improvvisare dopo.

Domande frequenti

La NIS2 riguarda solo le grandi aziende?

No: la direttiva individua settori critici e importanti in base all'attività svolta, non solo alla dimensione dell'impresa, e diverse PMI che operano in filiere critiche o come fornitori di aziende soggette a NIS2 si trovano comunque a doverne rispettare i requisiti, anche indirettamente.

Cosa impone concretamente la NIS2 in caso di incidente?

Richiede tempi di notifica precisi alle autorità competenti, una gestione strutturata del rischio informatico e misure di sicurezza proporzionate alla criticità dei processi coinvolti, oltre a una comunicazione trasparente verso gli interessati quando il rischio per i loro diritti è elevato.

Da dove si comincia se non si ha ancora un piano di risposta agli incidenti?

Dalla mappatura di ciò che l'azienda gestisce digitalmente e dalla classificazione del rischio associato, per poi costruire un piano che sia realistico e testato e non un documento pensato solo per un audit, partendo magari da un self-assessment iniziale.

Quanto tempo hanno le aziende per notificare un incidente secondo la NIS2?

Il decreto prevede una pre-notifica entro 24 ore da quando si ha evidenza dell'incidente significativo, una notifica completa entro 72 ore con una prima valutazione di gravità e impatto, e una relazione finale entro un mese dalla notifica, salvo aggiornamenti mensili se la gestione resta aperta più a lungo.

NIS2 e GDPR impongono la stessa notifica?

No, sono obblighi distinti che spesso corrono in parallelo: la NIS2 riguarda la notifica al CSIRT Italia degli incidenti che impattano la continuità dei servizi, mentre il GDPR impone la notifica al Garante Privacy quando c'è una violazione di dati personali, e le due comunicazioni vanno tenute coerenti tra loro pur seguendo canali e finalità diverse.

Cosa rischia un'azienda che non rispetta gli obblighi NIS2?

Oltre alle sanzioni amministrative previste dal decreto, la mancata adozione di un piano di gestione degli incidenti espone l'azienda a un danno reputazionale immediato e a una gestione disordinata proprio nelle ore in cui servirebbe la massima lucidità, come dimostra la differenza tra chi ha un processo già rodato e chi lo improvvisa durante la crisi.

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Fonte ufficiale della notizia: Cybersecurity360.

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Email aziendale, DMARC e vecchi server: perché una configurazione corretta dieci anni fa oggi può essere un problema

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La sicurezza della posta elettronica non si risolve con tre record DNS.

In sintesi – SPF, DKIM e DMARC proteggono il dominio aziendale solo se rispecchiano davvero tutte le sorgenti di invio: server interni, CRM, newsletter, gestionali e piattaforme esterne. Una configurazione realizzata anni fa può non includere più i servizi aggiunti nel tempo, lasciando il dominio esposto a spoofing e impersonificazione. DMARC produce report che segnalano fallimenti e tentativi di abuso ma solo se qualcuno li legge e li interpreta. La posta elettronica aziendale non va solo fatta funzionare: va governata.

La posta elettronica aziendale è uno di quei servizi che vengono dati per scontati fino al giorno in cui qualcosa smette di funzionare. Una newsletter finisce nello spam. Un gestionale non recapita più le notifiche. Un cliente riceve una falsa richiesta di pagamento. Un fornitore segnala un messaggio sospetto. Oppure il dominio aziendale viene usato — o tentato di essere usato — per inviare email che sembrano legittime ma non lo sono.

In molti casi, quando si comincia a indagare, la risposta è sempre la stessa: “Ma la posta ha sempre funzionato.”

Ed è proprio qui il problema.

Una configurazione che sembrava corretta dieci anni fa non è detto che sia corretta oggi. Nel frattempo sono cambiati i provider, sono aumentate le piattaforme esterne, sono entrati in azienda CRM, gestionali, sistemi di ticketing, newsletter, servizi cloud, firme automatiche, inoltri, vecchi server rimasti accesi e account configurati manualmente. La posta elettronica non passa più soltanto dal “server mail dell’azienda”. Spesso esce da molti punti diversi: non sempre censiti, non sempre autorizzati, non sempre firmati correttamente.

SPF, DKIM e DMARC servono proprio a mettere ordine in questo scenario. Ma pubblicare tre record DNS non basta. Il vero lavoro è capire se quei record descrivono davvero il modo in cui l’azienda invia email ogni giorno.

La posta elettronica nasce in un mondo che non esiste più

I primi esperimenti di posta elettronica di rete risalgono al 1971, in un contesto tecnico radicalmente diverso da quello attuale. Allora non esistevano phishing industrializzato, spoofing di dominio, piattaforme marketing cloud, CRM con invii automatici, portali SaaS o supply chain digitali complesse.

L’email si è evoluta nel tempo aggiungendo controlli, policy e strumenti di autenticazione sopra un modello nato quando il livello di fiducia della rete era incomparabilmente più alto. Questo spiega perché molte configurazioni “storiche” continuano a funzionare tecnicamente, ma non sono più adeguate dal punto di vista della sicurezza, della recapitabilità e della governance.

Un server può ancora inviare posta. Un account può ancora spedire messaggi. Un gestionale può ancora produrre notifiche. Una newsletter può ancora partire. Ma questo non significa che tutto sia coerente con SPF, DKIM e DMARC, né che il dominio aziendale sia protetto da abusi o errori silenziosi.

Nel 2026, il tema non è più solo “la posta funziona?”. La domanda corretta è: la posta esce davvero dai server che il dominio dichiara come autorizzati?

SPF, DKIM e DMARC non sono decorazioni DNS

SPF, DKIM e DMARC vengono spesso trattati come tre voci tecniche da sistemare una volta sola. In realtà sono tre strumenti distinti, che funzionano bene soltanto se rappresentano fedelmente l’infrastruttura reale di invio.

SPF indica quali server sono autorizzati a inviare posta per conto di un dominio. Il problema è che molte aziende, nel tempo, accumulano servizi su servizi: Microsoft 365, Google Workspace, CRM, piattaforme newsletter, gestionali, sistemi di fatturazione, ticketing, portali HR, software verticali. Ogni servizio deve essere incluso correttamente. Ma SPF ha anche un limite tecnico critico: la valutazione non deve superare i 10 meccanismi che causano query DNS aggiuntive (come definito dall’RFC 7208). Se il record diventa troppo esteso o disordinato, può fallire restituendo un PermError — proprio mentre cerca di autorizzare troppe sorgenti. E quando SPF fallisce in questo modo, DMARC perde uno dei suoi due pilastri di allineamento.

DKIM

aggiunge una verifica diversa. Non si limita a dichiarare “questo server può spedire”, ma associa il messaggio a un dominio attraverso una firma crittografica verificabile tramite chiave pubblica pubblicata nel DNS. Il meccanismo consente al dominio firmatario di assumersi una responsabilità tecnica sul messaggio, indipendentemente dal server che lo ha trasmesso.

DMARC

 governa il comportamento complessivo. Permette al proprietario del dominio di comunicare ai server riceventi cosa fare quando SPF o DKIM non risultano allineati, e consente di ricevere report sull’utilizzo del dominio aggregati, o più dettagliati sui singoli fallimenti, a seconda del supporto offerto dal sistema ricevente.

Il punto è questo: SPF, DKIM e DMARC non servono a “mettere il bollino” sulla posta. Servono a dichiarare, verificare e monitorare l’identità tecnica delle email aziendali.

Se ciò che è scritto nei DNS non corrisponde a ciò che accade davvero, DMARC comincia a mostrare il problema.

Quando DMARC segnala un fallimento, di solito ha ragione

DMARC non è capriccioso: confronta quello che il dominio dichiara con quello che i server riceventi osservano. Se una newsletter parte da una piattaforma non autorizzata, DMARC rileva un fallimento. Se un gestionale invia email senza DKIM configurato correttamente, DMARC rileva un fallimento. Se un account viene usato tramite il server SMTP sbagliato, DMARC rileva un fallimento. Se un vecchio server interno continua a spedire posta — anche se nessuno lo considera più parte dell’infrastruttura ufficiale — DMARC rileva un fallimento.

In altre parole, DMARC non scopre solo gli attacchi. Scopre anche il disordine.

E nelle aziende, il disordine della posta elettronica è molto più comune di quanto sembri.

Il problema dei vecchi server e delle configurazioni ereditate

Molte infrastrutture email aziendali non sono state progettate da zero in modo ordinato. Sono state costruite nel tempo: un provider cambiato, un server migrato, un gestionale aggiunto, una newsletter esternalizzata, un dominio secondario, un sistema di ticketing, un vecchio applicativo che manda notifiche automatiche, un server SMTP interno rimasto attivo “perché tanto serve ancora”.

Questa stratificazione genera debito tecnico. Non solo codice vecchio o software non aggiornato: anche una configurazione che nessuno ha più il coraggio, il tempo o la memoria storica per toccare. La posta continua a funzionare, quindi non viene analizzata. Ma nel frattempo i criteri antispam si sono irrigiditi, i grandi provider valutano con maggiore attenzione l’autenticazione, i clienti sono più esposti a tentativi di frode e i domini aziendali sono diventati asset reputazionali da proteggere.

Una configurazione email vecchia non è per forza sbagliata. Va verificata. Il rischio reale è che l’azienda continui a ragionare come se esistesse un solo server di posta, mentre nella realtà le email escono da molti sistemi diversi.

Open relay, server mal configurati e relay permissivi

Un tema spesso sottovalutato riguarda i relay. Un open relay è un server che consente a soggetti non autorizzati di inviare posta verso terzi: una configurazione che da decenni dovrebbe essere evitata, perché può essere sfruttata per spam e invii non controllati. Oggi un mailserver ben gestito non dovrebbe accettare traffico da open relay e dovrebbe affidarsi anche a controlli reputazionali, blacklist e meccanismi di blocco.

Ma non esistono solo gli open relay evidenti. Ci sono anche configurazioni meno appariscenti ma comunque problematiche: server con comportamenti troppo permissivi, MTA installati frettolosamente, vecchie macchine lasciate attive, applicativi che usano credenziali generiche, account configurati in modo da usare sempre lo stesso server SMTP anche quando il mittente appartiene a un dominio diverso.

In questi casi il problema può non sembrare grave: l’invio parte, il messaggio arriva, l’utente non vede errori. Ma dal punto di vista dell’autenticazione, quella posta può non essere coerente. Ed è qui che nascono molti fallimenti difficili da diagnosticare.

Il caso degli account multipli e del server di uscita sbagliato

Un esempio molto comune riguarda i client di posta configurati con più account. Un utente gestisce cinque, dieci, a volte decine di caselle condivise o alias. Se il client usa sempre lo stesso server SMTP di uscita — oppure se l’account principale spedisce messaggi per identità diverse senza controlli adeguati — il risultato può essere tecnicamente incoerente.

Dal punto di vista dell’utente è tutto normale: seleziona il mittente, scrive e invia. Dal punto di vista del server ricevente, però, il messaggio racconta un’altra storia: un dominio nel campo mittente, un server di invio non previsto, una firma DKIM assente o non allineata, una policy DMARC che non trova corrispondenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che sta accadendo.

Un mailserver ben configurato dovrebbe governare queste situazioni. Ma molte infrastrutture non lo fanno, soprattutto quando sono nate per accumulo o per urgenza.

Le newsletter sono spesso il punto in cui il problema emerge

Le piattaforme newsletter rappresentano uno dei casi più frequenti. Un’azienda decide di inviare comunicazioni commerciali o informative usando una piattaforma esterna. Il reparto marketing carica i contatti, crea il template, imposta il mittente con il dominio aziendale e inizia a spedire. Tutto sembra funzionare.

Ma se la piattaforma non è stata autorizzata correttamente in SPF, se DKIM non è configurato sul dominio, se il dominio di ritorno non è allineato, o se DMARC è già impostato in modo restrittivo, la newsletter può generare fallimenti, finire nello spam o danneggiare la reputazione del dominio.

Il punto non è “la newsletter è fatta male”. Il punto è che ogni piattaforma che invia email per conto dell’azienda deve essere trattata come parte dell’infrastruttura email aziendale. CRM, ERP, gestionali, sistemi di marketing automation, portali per preventivi, software di assistenza, piattaforme di fatturazione e strumenti di ticketing devono essere mappati, verificati e configurati in modo coerente.

DMARC senza monitoraggio è un’occasione sprecata

Uno degli errori più frequenti è pubblicare DMARC e poi non leggere i report. Questo approccio trasforma DMARC in una semplice riga nel DNS, non in uno strumento di sicurezza operativo.

I report DMARC servono a ricostruire cosa accade al dominio: quali server stanno inviando email, quali passano SPF o DKIM, quali falliscono, quali sorgenti sono legittime ma non ancora configurate, quali invii sembrano sospetti. I report aggregati offrono il quadro complessivo; quelli di fallimento — quando disponibili e supportati dal sistema ricevente — forniscono informazioni più granulari sui singoli messaggi.

Questo significa che non basta “mettere l’indirizzo dei report”. Serve qualcuno, o qualcosa, che li riceva, li analizzi e li trasformi in decisioni operative.

Un dominio può avere DMARC attivo e continuare a essere configurato male. Un dominio può ricevere report pieni di segnali utili senza che nessuno li guardi. Un dominio può mostrare tentativi di abuso, sorgenti dimenticate o invii non conformi — e l’azienda se ne accorge solo quando il problema diventa visibile a un cliente, a un fornitore o a un sistema antispam.

I segnali tecnici: SpamAssassin, DMARC e l’intelligence operativa

In molte infrastrutture, i sistemi antispam non si limitano a decidere se una mail è buona o cattiva. Raccolgono segnali, applicano regole, verificano reputazione, autenticazione, contenuto e comportamento. SpamAssassin, per esempio, include un plugin DMARC che verifica se i messaggi rispettano la policy dichiarata e richiede che siano abilitati anche i controlli SPF e DKIM. In base alla configurazione, questi sistemi possono contribuire a rendere disponibili dati utili sui fallimenti.

Il principio è importante: l’autenticazione email produce segnali tecnici che possono essere raccolti, analizzati e usati per capire cosa accade davvero. Senza monitoraggio, quei segnali restano rumore. Con il monitoraggio, diventano intelligence operativa.

Il rischio più serio non è lo spam: è l’impersonificazione

Quando si parla di SPF, DKIM e DMARC, molte aziende pensano prima di tutto alla recapitabilità. “Mi serve per non finire nello spam.” È vero, ma è solo una parte del problema.

Il tema più serio è l’impersonificazione. Se un attaccante riesce a inviare email che sembrano provenire dal dominio aziendale, può tentare frodi verso clienti, fornitori, amministrazione, direzione o reparti sensibili: una falsa richiesta di pagamento, una modifica IBAN, una comunicazione tecnica contraffatta, una richiesta urgente del management.

Quando l’attacco è rivolto a figure apicali o soggetti ad alto valore, si parla spesso di whaling — una forma mirata di phishing. In questo contesto, DMARC non elimina il rischio, ma può ridurre la possibilità che email non allineate al dominio vengano considerate legittime dai server riceventi, e può aiutare a ricostruire tentativi di abuso attraverso i report.

Il punto non è poter dire “avevamo DMARC”. Il punto è poter dimostrare che il dominio è stato configurato, monitorato e governato in modo coerente nel tempo.

Il falso senso di sicurezza: “abbiamo Microsoft 365” o “abbiamo Google Workspace”

Microsoft 365 e Google Workspace offrono strumenti solidi per la gestione della posta, ma non risolvono automaticamente tutto ciò che ruota intorno al dominio aziendale. Se tutte le email partissero solo da Microsoft o solo da Google, la situazione sarebbe più semplice. Ma raramente è così.

Molte aziende usano piattaforme esterne per newsletter, CRM, fatturazione, ticketing, preventivi, gestionali, e-commerce, portali clienti, sistemi di notifica, software verticali. Alcune usano più domini. Altre hanno sottodomini. Altre ancora hanno vecchi server interni che continuano a inviare email per applicativi legacy.

La domanda giusta non è: “Uso Microsoft 365 o Google Workspace, sono a posto?”

La domanda giusta è: tutte le email che sembrano uscire dal mio dominio passano davvero da sorgenti autorizzate, firmate e monitorate?

Cosa dovrebbe controllare un’azienda

Un controllo serio della posta elettronica aziendale non si limita a verificare se SPF, DKIM e DMARC esistono. Deve ricostruire il perimetro reale. In concreto, bisogna verificare quali domini e sottodomini inviano email, quali server sono autorizzati da SPF, se il record SPF supera o rischia di superare il limite dei 10 lookup DNS, quali piattaforme esterne inviano email per conto dell’azienda e se tutte firmano correttamente con DKIM. Vanno verificati l’allineamento DKIM al dominio mittente, la policy DMARC attiva (osservazione, quarantena o rifiuto), dove arrivano i report e chi li interpreta con quale frequenza. Non vanno trascurati i vecchi server SMTP, MTA, relay, inoltri o applicativi legacy, né i client di posta con account multipli che potrebbero usare server di uscita incoerenti. Vanno mappati newsletter, CRM, ERP e gestionali, e vanno analizzati i segnali di spoofing, abuso o configurazioni non autorizzate.

Questa analisi non serve solo a “mettere a posto la posta”. Serve a ridurre una superficie di rischio che spesso resta invisibile finché non produce un danno reale.

Cosa succede quando si passa troppo presto a DMARC reject

Impostare DMARC con policy p=reject può essere la scelta giusta, ma solo quando l’infrastruttura è stata mappata e verificata. Passare troppo presto a una policy restrittiva può bloccare email legittime: newsletter, notifiche di gestionali, messaggi automatici, comunicazioni da CRM, sistemi di ticketing o applicativi verticali.

Per questo l’approccio corretto è progressivo: prima si osserva, poi si mappano le sorgenti, poi si correggono SPF e DKIM, poi si analizzano i report, poi — con ragionevole certezza che gli invii legittimi siano allineati — si passa a una policy più restrittiva.

DMARC non deve essere usato come interruttore. Deve essere usato come processo.

Una configurazione email va mantenuta, non solo realizzata

La posta elettronica aziendale non è un impianto che si configura una volta e poi si dimentica. Ogni nuovo servizio può cambiare lo scenario. Ogni nuovo CRM può aggiungere una sorgente di invio. Ogni nuova piattaforma newsletter può richiedere una firma DKIM. Ogni cambio provider può modificare SPF. Ogni vecchio server lasciato acceso può continuare a produrre traffico non documentato. Ogni report DMARC ignorato può nascondere un segnale importante.

La sicurezza della posta elettronica deve entrare nella manutenzione ordinaria dell’infrastruttura IT — non come attività estetica, ma come presidio di sicurezza, continuità operativa e reputazione digitale.

In sintesi

SPF, DKIM e DMARC sono strumenti fondamentali, ma non bastano se vengono trattati come semplici record DNS da pubblicare una volta e dimenticare. Il tema centrale è la coerenza tra ciò che il dominio dichiara e ciò che l’azienda fa davvero quando invia email. Se la posta esce da server vecchi, piattaforme non censite, CRM non configurati, newsletter senza firma DKIM, account multipli con SMTP incoerenti o relay gestiti male, DMARC fa emergere il problema. E se nessuno legge i report, il problema resta lì.

Una configurazione email che funzionava dieci anni fa non è automaticamente adeguata oggi. Nel frattempo sono cambiati i rischi, i controlli, le aspettative dei provider, la complessità delle infrastrutture e il valore del dominio come identità digitale.

La posta elettronica non va solo fatta funzionare. Va governata.

Parla con Alchimie Digitali per una verifica della configurazione email aziendale. Se vuoi capire se la tua posta aziendale è davvero configurata in modo coerente, non limitarti a controllare che “funzioni”. Verifica da dove escono le email, chi le firma, quali server sono autorizzati e chi sta leggendo i segnali che DMARC produce.

FAQ

SPF, DKIM e DMARC bastano per proteggere la posta aziendale?

No. Sono una base tecnica essenziale, ma funzionano davvero solo se rappresentano correttamente tutte le sorgenti di invio dell’azienda. Client di posta, CRM, newsletter, gestionali, ticketing, servizi cloud e vecchi server devono essere mappati, autorizzati e monitorati con continuità.

Perché una configurazione email vecchia può diventare un problema?

Perché nel tempo cambiano provider, piattaforme, criteri antispam e modalità di invio. Una configurazione realizzata anni fa può non includere più tutte le sorgenti corrette, può contenere server non più governati o può non essere allineata con SPF, DKIM e DMARC così come sono stati aggiornati dai rispettivi servizi.

Che cosa sono i report DMARC?

No. Avere DMARC attivo è utile, ma se i report non vengono monitorati e interpretati si perde gran parte del valore dello strumento. DMARC serve anche a osservare cosa accade al dominio nel tempo, non solo a pubblicare una policy.

Avere DMARC attivo significa essere al sicuro?

Non automaticamente. Queste piattaforme supportano SPF, DKIM e DMARC, ma devono essere configurati esplicitamente dall’amministratore. E se hai altri servizi che inviano email dal tuo dominio, devono essere inclusi nella configurazione.

Perché le newsletter possono creare problemi con DMARC?

Perché spesso vengono inviate da piattaforme esterne. Se queste piattaforme non sono autorizzate correttamente in SPF, non firmano con DKIM o non sono allineate al dominio aziendale, le email possono fallire i controlli e finire nello spam o essere rifiutate dai server riceventi.

Cosa significa che un server è configurato come relay?

Un relay è un server che inoltra posta. Se è configurato in modo troppo permissivo, può consentire invii non coerenti o non autorizzati, creando problemi di reputazione, autenticazione e sicurezza del dominio.

Microsoft 365 o Google Workspace risolvono automaticamente SPF, DKIM e DMARC?

No. Offrono strumenti importanti, ma l’azienda deve comunque configurare correttamente il dominio e tutte le sorgenti esterne che inviano email per suo conto — come CRM, newsletter, gestionali e sistemi automatici.

Quando conviene fare una verifica tecnica della posta aziendale?

Conviene farla quando si cambia provider, si attiva una nuova piattaforma newsletter o CRM, si notano problemi di recapito, si ricevono segnalazioni di email sospette, si prepara una revisione di sicurezza, o quando SPF, DKIM e DMARC non vengono controllati da molto tempo.

Cos'è il whaling e che relazione ha con DMARC?

Conviene farla quando si cambia provider, si attiva una nuova piattaforma newsletter o CRM, si notano problemi di recapito, si ricevono segnalazioni di email sospette, si prepara una revisione di sicurezza, o quando SPF, DKIM e DMARC non vengono controllati da molto tempo.

Cosa succede se SPF supera il limite dei 10 lookup DNS?

Il server ricevente restituisce un errore permanente (PermError) che causa il fallimento dell’autenticazione SPF. Se anche DKIM non è configurato correttamente, DMARC non trova nessun meccanismo allineato e può applicare la policy di quarantena o rifiuto, bloccando email legittime.

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Safer Internet Day 2026: sicurezza online, comportamenti digitali e responsabilità per le imprese

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Scrivania di un ufficio aziendale con laptop e smartphone che rappresentano la sicurezza online come processo di governance per le imprese

Safer Internet Day 2026: sicurezza online, comportamenti digitali e responsabilità per le imprese

Oggi, 10 febbraio, si celebra il Safer Internet Day 2026, la giornata internazionale promossa a livello europeo per riflettere sull’uso sicuro e consapevole di Internet. Il tema di quest’anno è incentrato in particolare sul rapporto tra giovani e intelligenza artificiale, affiancato – come da tradizione – dall’attenzione ai fenomeni di cyberbullismo e comportamenti digitali a rischio.

Un approccio importante, ma che riguarda solo una parte del problema.

Dal punto di vista delle imprese, la sicurezza online non è una questione di sensibilizzazione occasionale: è un tema strutturale, continuo, che coinvolge tecnologia, persone e responsabilità legali. Ed è proprio da qui che vogliamo partire.

Navigare sicuri in rete: cosa significa davvero per un’azienda

Sicurezza online in azienda: dal “tool” al rischio misurabile

In azienda, la sicurezza online non è un prodotto: è una riduzione del rischio.

Per un’organizzazione, “navigare sicuri in rete” non significa semplicemente evitare contenuti pericolosi o adottare buone pratiche individuali. Significa ridurre il rischio digitale complessivo che può impattare su dati, operatività e reputazione.

Navigare in modo sicuro significa:

  • proteggere dati e informazioni aziendali
  • ridurre l’esposizione a incidenti informatici
  • prevenire accessi non autorizzati e abusi
  • governare l’uso degli strumenti digitali
  • limitare rischi operativi, reputazionali e legali

La sicurezza online, in ambito aziendale, va quindi letta come processo di governance, non come semplice adozione di strumenti tecnici.

Quando il fattore umano diventa il punto debole (e come ridurre il rischio)

Il rischio più comune non è una falla: è un comportamento

Il fattore umano non è “il problema”: è il perimetro più esposto.

Molti incidenti informatici non hanno origine da una vulnerabilità tecnologica, ma da comportamenti digitali non governati. Email, chat, piattaforme collaborative e social network sono oggi parte integrante anche dei contesti lavorativi, e introducono dinamiche relazionali che, se trascurate, possono trasformarsi in rischio.

Fenomeni come molestie digitali, conflitti online, uso improprio degli strumenti aziendali o escalation di comportamenti ostili rappresentano spesso il primo anello di una catena che può portare a problemi ben più concreti.

Cosa insegna la lotta al cyberbullismo quando il digitale entra in azienda

Quando le dinamiche online diventano policy, procedure e responsabilità

Senza regole chiare, il digitale amplifica conflitti e ambiguità.

Da anni, accanto all’attività tecnica e consulenziale, opera anche l’esperienza dell’APS Zemian Dojo, impegnata nella lotta al cyberbullismo e nello studio delle dinamiche relazionali online.
Il lavoro svolto dall’associazione evidenzia un punto chiave anche per il mondo aziendale: la sicurezza digitale non dipende solo dalla tecnologia, ma dai comportamenti delle persone che la utilizzano.

Le stesse logiche che alimentano il cyberbullismo – mancanza di consapevolezza, uso distorto degli strumenti digitali, sottovalutazione delle conseguenze – sono spesso presenti anche in contesti professionali.

Quando un conflitto online diventa un caso aziendale (e legale)

Tracce digitali, contesto e tutela: cosa cambia quando “resta tutto scritto”

Nel digitale, ciò che accade spesso lascia tracce. Il punto è gestirle correttamente.

Quando un comportamento digitale supera una certa soglia, il tema non è più solo organizzativo o disciplinare. In alcuni casi, può trasformarsi in un problema tecnico-legale, con impatti diretti sull’azienda.

Chat, email, profili social, dispositivi e account diventano tracce digitali persistenti, che possono essere contestate, analizzate e utilizzate come elementi di tutela o di difesa.

Quando servono prove e metodo: il ruolo dell’informatica forense

Dati, log, chat e dispositivi: perché la prova digitale non si improvvisa

Se la prova non è gestita bene, il problema non è solo tecnico: diventa anche legale.

Nei casi più complessi, che coinvolgono fenomeni di cyberbullismo, cyberstalking o abusi digitali con rilevanza giuridica, è necessario un approccio tecnico rigoroso. È qui che entra in gioco l’informatica forense, anche quando è necessario analizzare e gestire correttamente prove digitali a supporto di tutela, contenziosi o procedimenti.

Per approfondire l’ambito tecnico-forense: Periti Digitali.

L’analisi delle prove digitali richiede competenze specifiche, metodo e rispetto delle procedure, soprattutto quando le evidenze devono essere utilizzate in ambito legale o a supporto di contenziosi.

La sicurezza online in azienda è governance, non solo IT

Un modello efficace unisce prevenzione, comportamento e capacità di intervento

La sicurezza online funziona quando è un processo: continuo, misurabile, condiviso.

Il Safer Internet Day può essere un utile momento di riflessione, ma per le imprese la sicurezza online non si esaurisce in una giornata. È una responsabilità continua che coinvolge:

  • infrastruttura IT
  • processi organizzativi
  • comportamenti digitali
  • gestione del rischio
  • consapevolezza delle implicazioni legali

Affrontarla in modo efficace significa adottare una visione integrata, capace di unire cybersecurity, fattore umano e competenze forensi.

Perché parlare di sicurezza online solo un giorno all’anno non è sufficiente

Navigare sicuri in rete oggi significa riconoscere che la sicurezza digitale non è solo una questione tecnologica. È un equilibrio tra prevenzione, consapevolezza dei comportamenti e capacità di intervenire in modo tecnico quando il digitale diventa un problema reale.

FAQ

Cos’è la sicurezza online per un’azienda?

È l’insieme di misure tecniche, organizzative e comportamentali che riducono il rischio digitale complessivo.

Il cyberbullismo può riguardare anche il contesto lavorativo?

Sì. Comportamenti digitali ostili possono manifestarsi anche in ambito professionale e avere conseguenze operative e legali.

Quando serve l’informatica forense?

Quando un evento digitale deve essere analizzato in modo tecnico per fini legali, disciplinari o di tutela aziendale.

La sicurezza informatica riguarda solo l’IT?

No. Coinvolge persone, processi e responsabilità, non solo sistemi e software.

Domande frequenti dei clienti

Cosa significa davvero sicurezza online per un’azienda?

Significa ridurre il rischio digitale complessivo, non solo proteggere i sistemi: persone, comportamenti e responsabilità fanno parte della sicurezza.

Perché il fattore umano è centrale nella cybersecurity?

Perché molti incidenti nascono da errori, abitudini scorrette o mancanza di regole, non da vulnerabilità tecniche.

Il cyberbullismo può avere conseguenze legali anche in ambito lavorativo?

Sì. Quando avviene attraverso strumenti digitali aziendali o tra colleghi, può generare responsabilità organizzative e legali.

Quando serve l’informatica forense in un’azienda?

Quando è necessario analizzare chat, email, log o dispositivi come prove digitali a supporto di tutela, contenziosi o procedimenti.

La sicurezza online riguarda solo l’IT?

No. È un tema di governance che coinvolge direzione, HR, IT e consulenti esterni.

I redirect possono interferire con Cloudflare o altre CDN?

Sì. Una regola CDN può sovrascrivere o entrare in conflitto con le regole del server origin, generando loop o comportamenti imprevisti. È fondamentale mantenere una gerarchia di routing chiara.

Qual è l’errore più comune nel 2025?

Uniformare redirect e forward come se fossero intercambiabili. Oggi, con architetture complesse e SEO più severo, la scelta errata può causare perdita di ranking, problemi di routing o vulnerabilità di sicurezza.

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CVE-2025-24990: Vulnerabilità critica del driver fax ltmdm64.sys in Windows

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Grafico che illustra la vulnerabilità CVE-2025-24990 nel driver fax ltmdm64.sys su Windows.

CVE-2025-24990: la vulnerabilità del driver fax dimenticato in Windows che minaccia la sicurezza aziendale

Una vulnerabilità nascosta da quasi vent’anni

La falla di sicurezza identificata come CVE-2025-24990 riguarda un vecchio driver presente da anni nei sistemi Windows: ltmdm64.sys, originariamente creato per gestire i modem fax dei primi anni 2000. Sebbene questo hardware sia ormai scomparso, il driver è rimasto attivo in molte versioni del sistema operativo, dai PC ai server.

Perché questo driver rappresenta un rischio reale

Il problema: escalation di privilegi

La vulnerabilità consente a un attaccante con accesso minimo alla macchina di ottenere privilegi amministrativi completi.
Per chi non avesse familiarità: l’escalation di privilegi è la capacità di ottenere poteri che un utente non dovrebbe avere, come accedere a dati riservati, disinstallare protezioni, modificare configurazioni critiche o installare malware. In sintesi, dà all’attaccante il pieno controllo del dispositivo.

Perché riguarda tutte le aziende

Il driver è stato distribuito nativamente sin dal 2006.
Di conseguenza, moltissimi computer e server – anche recenti – potrebbero ancora contenerlo, anche se nessuno in azienda ha mai utilizzato un modem fax.
Se il file è presente, la vulnerabilità esiste.

La risposta di Microsoft: rimozione totale

Microsoft ha scelto di rimuovere definitivamente il driver nell’aggiornamento cumulativo di ottobre 2025, spiegando che il codice era troppo obsoleto per essere corretto in modo sicuro.
Ogni hardware fax-modem che lo utilizzava smetterà di funzionare dopo l’aggiornamento.

Come verificare se il driver è presente nel sistema

Controllo rapido

  1. Premi Windows + R
  2. Incolla nella finestra:
    C:\Windows\System32\drivers
  3. Cerca il file ltmdm64.sys

Controllo via PowerShell

Test-Path C:\Windows\System32\drivers\ltmdm64.sys

Se il comando restituisce “True”, il driver è presente.

Impatti su sicurezza, NIS2 e GDPR

Questa vulnerabilità non ha solo implicazioni tecniche, ma anche normative.
NIS2 e l’art. 32 del GDPR richiedono alle aziende di adottare misure per prevenire vulnerabilità note.
Mantenere attivo un driver obsoleto e vulnerabile può costituire:

  • una violazione della sicurezza

  • una mancanza di misure tecniche adeguate

  • un rischio operativo e reputazionale

  • un problema di conformità

In altre parole, ignorare la vulnerabilità espone l’azienda a rischi che vanno oltre la tecnologia.

Cosa fare subito

Installare gli aggiornamenti di Windows

L’update di ottobre 2025 rimuove automaticamente il driver vulnerabile.

Verificare la presenza del driver su tutta l’infrastruttura

Dagli endpoint ai server di produzione.

Aggiornare l’inventario software e i processi interni

Questo caso dimostra quanto sia essenziale avere un monitoraggio costante del software legacy.

Rafforzare i processi di cyber hygiene

Patching, hardening, vulnerability assessment e gestione del rischio devono essere continui e documentati.

In Conclusione

CVE-2025-24990 dimostra quanto anche un componente dimenticato, nato per un hardware ormai superato, possa diventare una vulnerabilità seria per l’intera infrastruttura aziendale.
La sicurezza richiede attenzione costante, aggiornamenti tempestivi e una gestione proattiva del rischio.

FAQ

Cos’è il driver ltmdm64.sys?

È un vecchio driver per modem fax distribuito nativamente da Windows. Anche senza modem collegato, il file può essere ancora presente nel sistema.

Perché la vulnerabilità CVE-2025-24990 è critica?

Perché consente escalation di privilegi, permettendo a un attaccante di ottenere controlli amministrativi totali.

Sono vulnerabile anche senza modem fax?

Sì. La sola presenza del driver nel sistema è sufficiente per essere a rischio.

Come si risolve il problema?

Microsoft ha rimosso completamente il driver nell’aggiornamento cumulativo di ottobre 2025. Aggiornare Windows è sufficiente.

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