Il cuscinetto a sfera dell’infrastruttura che rischiava di bloccare l’intera azienda: la lezione di disaster recovery

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Questa settimana, nella nostra infrastruttura interna, un cuscinetto a sfera da 0,02 € guasto ha innescato una reazione a catena che ha coinvolto uno dei tre ipervisori di un cluster interno. Nessun cliente e nessun dipendente è stato maltrattato, perché gli altri due ipervisori del cluster hanno assorbito il carico grazie alla ridondanza. I sistemi di monitoraggio hanno segnalato l'anomalia al team tecnico, consentendo di intervenire per tempo senza che utenti o clienti subissero disservizi. È la dimostrazione pratica di cosa significhi davvero fare business continuity e disaster recovery: non un costo da tagliare, ma un piano da costruire prima che serva.

L'effetto domino: dal cuscinetto al cluster

La catena dei fatti, ricostruita insieme al nostro team tecnico, parte da un componente talmente piccolo da sembrare irrilevante. Ed è proprio questo il punto: in un sistema complesso, non è la grandezza del guasto iniziale a contare, ma la lunghezza della catena di dipendenze che lo separa dal danno finale.

1Un cuscinetto a sfera si sporca e si guasta0,02 €
2La ventola che dipende dal cuscinetto si blocca8,00 €
3La scheda si surriscalda e si blocca, entrambe interne all'ipervisore60,00 €
4L'intero ipervisore si blocca8.000,00 €
5L'ipervisore esce dal cluster, ma gli altri due lo assorbono24.000,00 €

Va precisato un dettaglio tecnico importante: cuscinetto, ventola e scheda non sono tre componenti esterni e separati. Sono tutti fisicamente interni allo stesso ipervisore. È il guasto interno di quella singola macchina a propagarsi verso l'alto, fino a farla uscire completamente dal cluster di cui faceva parte, un cluster da 24.000,00 € composto da tre nodi.

Componente coinvoltoValore indicativoRuolo nella catena
Cuscinetto a sfera0,02 €Innesco del guasto
Ventola di raffreddamento8,00 €Si blocca per il cuscinetto guasto
Scheda interna all'ipervisore60,00 €Si inchioda per il surriscaldamento
Ipervisore8.000,00 €Va completamente fuori servizio
Cluster di 3 ipervisori24.000,00 €Regge grazie alla ridondanza degli altri due nodi
Vista esplosa: segui il guasto passo dopo passo
Cuscinetto 0,02 € Ventola 8,00 € Scheda 60,00 € IPERVISORE 8.000,00 € CLUSTER RIDONDANTE 3 ipervisori, 24.000,00 € ✓ Ridondanza attiva: nessun disservizio
Cuscinetto a sfera
0,02 €
Ventola
8,00 €
Scheda interna
60,00 €
IPERVISORE
8.000,00 €
1 IPERVISORE ESCE DAL CLUSTER
su 3 nodi · cluster da 24.000,00 €
RIDONDANZA ATTIVA
gli altri 2 ipervisori assorbono il carico, nessun disagio

Clicca su "Avvia il guasto" per vedere la cascata, dal cuscinetto al cluster.

Perché la ridondanza del cluster ha salvato tutto

Il punto centrale della storia non è il guasto, che può capitare, ma quello che non è successo dopo. Il cluster coinvolto era progettato in ridondanza: quando l'ipervisore guasto è uscito di scena, gli altri due nodi del cluster hanno assorbito il carico che gestiva. Questo ha impedito qualunque interruzione ai servizi condivisi, e ha permesso a tutti i dipendenti di continuare a lavorare senza percepire alcun disagio.

È l'esempio più concreto possibile di un principio che ripetiamo spesso durante le verifiche che effettuiamo per i clienti: separare i sistemi critici, non tenerli tutti sullo stesso piano di rischio, è una delle misure di disaster recovery più efficaci e meno costose da implementare, perché non richiede nuovo hardware, ma progettazione.

Prova tu: cosa sarebbe cambiato senza ridondanza?
Quello che è successo davvero Il cluster era progettato con un nodo in più rispetto al minimo necessario. Quando uno dei tre ipervisori è andato in fault, gli altri due hanno assorbito il carico senza interruzioni: nessun servizio ne ha risentito e i dipendenti hanno continuato a lavorare. I sistemi di monitoraggio hanno segnalato l'anomalia al team tecnico, permettendo di intervenire per tempo e gestire il ripristino senza la pressione di utenti o clienti bloccati.
Cosa sarebbe potuto succedere senza ridondanza Se lo stesso carico fosse stato distribuito su un unico server, senza nodi di riserva, lo stesso guasto avrebbe fermato subito il servizio che quel server gestiva. Il problema sarebbe stato rilevato solo al momento del blackout, con utenti e clienti già bloccati, costringendo i tecnici a intervenire sotto pressione invece che con un ripristino pianificato con calma.
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Cosa è successo davvero, giorno per giorno

I sistemi di monitoraggio dell'infrastruttura hanno rilevato l'anomalia e avvertito il team tecnico, permettendo di intervenire per tempo e avviare subito le attività di diagnosi e ripristino. Nel frattempo, la ridondanza del cluster ha continuato a garantire l'operatività senza disservizi percepibili per utenti e clienti.

Una volta individuato, il ripristino completo ha richiesto circa due giorni pieni di lavoro da parte di due tecnici senior. Non un intervento banale: prima è stato necessario diagnosticare con precisione dove si trovasse il problema all'interno della catena hardware, risalendo fino al cuscinetto. Poi, grazie a una risorsa interna specializzata in elettrotecnica, è stato possibile smontare minuziosamente la ventola, pulirla, ingrassare il cuscinetto e rimontare tutto, riportando il componente perfettamente funzionante invece di doverlo sostituire. È un dettaglio che spesso viene sottovalutato quando si parla di disaster recovery: anche un piano ben progettato richiede tempo e competenza specialistica per essere eseguito, non è un pulsante da premere.

La lezione di disaster recovery: la business continuity non si improvvisa

Il costo dei componenti coinvolti in questa vicenda, dai due centesimi del cuscinetto ai 24.000,00 € del cluster, non è il punto. Il punto è che nessuna di queste cifre racconta davvero il rischio reale, che è sempre lo stesso: cosa succede quando un guasto, piccolo o grande, arriva davvero. Risparmiare su ridondanza, backup e monitoraggio funziona benissimo finché tutto va bene. Il problema è che prima o poi qualcosa si guasta, ed è proprio in quel momento che si scopre se l'azienda ha un piano oppure no.

Le infrastrutture migliori non sono quelle che non subiscono mai un danno, ma quelle che non crollano quando il danno arriva. È questa la differenza tra chi ha un piano di disaster recovery e chi si limita a sperare che non succeda nulla.

Costruire una strategia di business continuity seria richiede tempo, investimento e programmazione, non improvvisazione dell'ultimo momento. Non a caso lo standard internazionale ISO 22301 è quello specificamente dedicato ai sistemi di gestione della continuità operativa e definisce la continuità come la capacità di un'organizzazione di continuare a erogare prodotti e servizi entro tempi accettabili durante un'interruzione, attraverso un processo continuo di pianificazione, verifica e miglioramento, non attraverso interventi una tantum. La ISO/IEC 27001, pur essendo dedicata alla gestione della sicurezza delle informazioni, è strettamente collegata al tema perché comprende controlli relativi alla sicurezza delle informazioni durante le interruzioni e alla prontezza ICT per la business continuity. La ISO 9001, invece, non è uno standard specifico di business continuity, ma contribuisce sul piano della gestione del rischio e del controllo dei processi. È anche per questo che il nostro percorso verso le certificazioni ISO 9001 e ISO/IEC 27001 si inserisce in una visione più ampia di resilienza e continuità aziendale, senza sostituire il ruolo specifico della ISO 22301.

Lo stesso principio è oggi anche un obbligo normativo per molte imprese italiane: la direttiva NIS2 richiede esplicitamente alle entità coinvolte di dotarsi di piani documentati di continuità operativa e disaster recovery, con backup adeguati e livelli di ridondanza sufficienti a garantire la ripresa dei servizi in caso di incidente. Un cluster ridondante che continua a garantire l'operatività mentre i sistemi di monitoraggio segnalano l'anomalia al team tecnico è, in piccolo, esattamente il tipo di resilienza che queste normative chiedono di costruire.

I nostri servizi per una vera continuità operativa

Su questi principi lavoriamo ogni giorno con i nostri clienti. Ecco i servizi di Alchimie Digitali più legati a quanto raccontato in questo articolo.

Quattro pezzi dello stesso puzzle: nessuno basta da solo, insieme costruiscono la continuità operativa.

Domande frequenti sul caso

Perché un componente da pochi centesimi ha potuto mettere a rischio un cluster da 24.000,00 €?

Perché in un sistema informatico i componenti sono collegati da relazioni di dipendenza fisica e funzionale. Un cuscinetto guasto ha bloccato la ventola, la ventola bloccata ha fatto surriscaldare una scheda interna all'ipervisore, e il blocco della scheda ha fatto cadere prima l'ipervisore e poi l'intero cluster a cui apparteneva.

Perché utenti e dipendenti non hanno percepito il guasto?

Perché gli altri due ipervisori del cluster hanno assorbito il carico di quello guasto grazie alla ridondanza, evitando interruzioni del servizio. Questo non significa che il problema sia passato inosservato: i sistemi di monitoraggio hanno segnalato l'anomalia al team tecnico, consentendo di intervenire per tempo.

Quanto tempo serve per risolvere un guasto hardware di questo tipo?

In questo caso circa due giorni pieni di lavoro da parte di due tecnici senior, tra diagnosi e intervento, a causa della complessità nel risalire alla causa reale del blocco.

Che ruolo ha avuto il sistema di monitoraggio?

Il monitoraggio dell'infrastruttura ha funzionato come previsto: ha segnalato l'anomalia al team tecnico e ha permesso di intervenire per tempo, prima che il problema potesse trasformarsi in un disservizio percepibile da utenti o clienti.

Altre domande correlate

Cos'è un piano di business continuity?

È l'insieme di procedure e strategie che permettono a un'azienda di continuare a operare, o di riprendere rapidamente a farlo, durante e dopo un evento che interrompe i sistemi o i processi critici.

Cosa si intende per ridondanza di un'infrastruttura IT?

Significa progettare più risorse del minimo necessario, ad esempio un server in più in un cluster, così che se una di esse si guasta le altre possano assorbirne il carico senza interrompere il servizio.

La NIS2 obbliga le aziende ad avere un piano di disaster recovery?

Sì, per le entità che rientrano nel suo perimetro. La direttiva NIS2 richiede piani documentati di continuità operativa e ripristino, oltre a backup adeguati e livelli di ridondanza sufficienti a garantire la ripresa dei servizi.

Il tuo piano di business continuity regge davvero un guasto imprevisto, o funziona solo finché non succede niente?

Parliamone insieme

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Cosa sono PCR ed MCR (aggiornato 2025): banda minima garantita, esempi pratici e differenze

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Cosa sono PCR ed MCR, ovvero cosa significhi la Banda Minima Garantita
Cosa sono?

PCR e MCR indicano rispettivamente la banda massima teorica (Peak Capacity Rate) e la banda minima garantita (Minimum Capacity Rate) di una connessione Internet.
La PCR rappresenta la velocità che la linea può raggiungere nelle condizioni ideali, mentre la MCR indica la velocità minima che l’operatore si impegna a garantire anche in situazioni di congestione. Comprendere la differenza tra questi due valori è fondamentale per valutare le prestazioni reali di una connessione, soprattutto in ambito aziendale.

Da una discussione su un gruppo social mi sono reso conto che molti non sanno “cosa comprano” quando comprano una linea a banda larga, sia essa una ADSL, una “fibra” sia “vera” (FTTH) che VDSL2 (FTTC) o qualunque altra forma di connessione, e sono convinti che l’unico parametro interessante sia il prezzo, al massimo seguito dalla velocità nominale.

Mi sono convinto quindi a tentare di spiegare ALMENO i due parametri fondamentali da prendere in considerazione quando valutate una linea in banda larga : Peak Cell Rate (PCR) e Minimum Cell Rate (MCR).
Sappiate che quando state comprando una linea questi sono i 2 parametri fondamentali da verificare.

Il PCR è il numero che vi sbandierano quando comprate la linea:

il massimo possibile teorico a cui la vostra linea potrebbe arrivare in download.
In effetti e’ una velocità teorica a cui è poco credibile sperare di lavorare davvero, e il suo raggiungimento dipenderà da un mucchio di fattori, tra cui la distanza tra voi e la centrale, quanta gente è collegata in quel momento, dove andate, se avete il vento a favore, se i santi vi aiutano ecc.

Ultimamente addirittura si è arrivati a contratti, soprattutto sulle cosiddette “fibre”, dove vi parlano di “fibra ottica” perchè il box di derivazione è connesso in centrale in fibra ( ergo voi la fibra ottica non l’avrete, perchè la VDSL2 arriva a casa vostra in rame dal box di derivazione), e dove addirittura non si parla neppure di PCR, ma di “quello che il carrier tenterà, se può, di darvi qualche volta, sempre che sia tecnicamente possibile”

Di per sè questo non sarebbe particolarmente grave se qualcuno si prendesse la briga di spiegarvi che POTETE chiedere al carrier in fase contrattuale di stimare l’effettivo allineamento (aka velocità di connessione) che potreste arrivare ad ottenere, ma casualmente tutti se lo dimenticano, e quindi si vedono “fibre ottiche” in rame che nominalmente vanno a 100 Mbps ma se tutto va bene arrivano a 10, e senza manco specificare il PCR .  

Cosa ci viene utile allora per capire COSA stiamo comprando? il MCR!

il MCR è la cosiddetta “banda garantita”

cioè la banda MINIMA che il vostro operatore (in inglese, carrier) riserva per voi e che si impegna a darvi davvero, ed è il VERO parametro su cui “fare di conto” quando comprate una linea di connessione.

Pensare che avete comprato per 19,99 euro al secolo una linea da 200 Mbps “dovrebbe” fare venire un dubbio; per chi non lo sa, la banda, quella “vera”, e’ una delle cose più costose esistenti oggi in informatica: possibile che ce ne regalino così tanta per due lire?

In effetti al carrier dare un PCR altissimo non costa in realtà quasi nulla SE riesce a intestare la linea da casa vostra alla centrale per fare comparire almeno per pochi secondi il mittttico numerino nelle impostazioni del modem, lui è legalmente a posto… e coi contratti formulati in base alle “speranze di connessione” non è costretto ad ottenere manco quello.
Al contrario , farvi navigare DAVVERO a quelle velocità gli costerebbe una follia… ma visto che nella maggioranza di questa tipologia di contratti l’MCR è ZERO / non specificato, cioè non vi garantisce manco un bit al secondo, i 19,90 euro sono portati a casa con poca fatica.

Oltre a ciò considerate che il vostro contratto parla della banda che va da voi alla centrale a cui siete collegati.

Dopo e’ tutto da scoprire, e dipende dalla capacità di connessione del vostro carrier in quella centrale rispetto al quantitativo di traffico che deve veicolare, il che spiega la differenza sostanziale tra i contratti “per privati” e quelli “aziendali”.

Se a casa infatti tutto ciò può essere accettabile, normalmente in un ufficio non lo è, quindi prima di considerare strabilianti contratti di connessione… guardateci dentro! 

PCR e MCR nel 2025: cosa è cambiato rispetto al 2019

Dal 2019 a oggi il contesto delle connessioni Internet è profondamente cambiato. La diffusione della fibra ottica FTTH, dei servizi cloud e del lavoro da remoto ha reso PCR e MCR parametri ancora più rilevanti.
Se un tempo questi valori venivano spesso sottovalutati, oggi incidono direttamente sulla produttività, sulla continuità dei servizi digitali e sulla qualità delle comunicazioni aziendali. Inoltre, i contratti business sono diventati più strutturati, con SLA più chiari e impegni precisi sulle prestazioni della rete.

Esempi pratici e moderni

Con una connessione FTTH, la PCR può essere molto elevata, ma senza una MCR adeguata le prestazioni possono degradare nei momenti di maggiore utilizzo della rete.
Nei contratti Internet business, PCR e MCR assumono un ruolo centrale perché determinano l’affidabilità della linea durante l’orario di lavoro.
Servizi come cloud, VoIP, VPN e firewall richiedono una banda stabile e prevedibile: una MCR troppo bassa può causare rallentamenti, chiamate VoIP disturbate o problemi di accesso ai sistemi aziendali.

Continuità operativa, SLA e sicurezza

PCR e MCR non sono solo numeri tecnici, ma elementi chiave per la continuità operativa. Una connessione con parametri chiari e garantiti riduce il rischio di interruzioni e migliora la qualità dei servizi digitali.
Gli SLA definiscono proprio questi aspetti, indicando cosa aspettarsi dalla linea e come vengono gestiti eventuali disservizi.
Dal punto di vista della sicurezza e delle performance, una banda minima garantita adeguata è essenziale per il corretto funzionamento di soluzioni di protezione, monitoraggio e accesso remoto, oggi indispensabili in qualsiasi infrastruttura IT aziendale.

Se vi è piaciuto questo articolo potreste essere interessati a:

FAQ – Domande frequenti su PCR e MCR

Cos’è la PCR?

La PCR, acronimo di Peak Capacity Rate, è la velocità massima teorica che una connessione Internet può raggiungere. Si tratta di un valore di picco, ottenibile solo in condizioni ottimali e non garantito in modo continuo.

Cos’è la MCR?

La MCR, ovvero Minimum Capacity Rate, è la banda minima garantita dal provider. Indica la velocità sotto la quale la connessione non dovrebbe scendere, anche in presenza di traffico elevato sulla rete.

PCR e MCR sono obbligatorie?

Nei contratti Internet, soprattutto business, PCR e MCR devono essere dichiarate dall’operatore in modo trasparente. In ambito aziendale questi parametri sono fondamentali per valutare la qualità reale del servizio offerto.

Perché PCR e MCR contano per le aziende?

Perché incidono direttamente su produttività e continuità operativa. Servizi come cloud, VPN, VoIP e firewall richiedono una banda stabile: una MCR troppo bassa può causare rallentamenti, disservizi e interruzioni del lavoro.

Tabella di confronto: PCR vs MCR

 

Parametro PCR MCR
Significato Banda massima teorica Banda minima garantita
Condizioni Ideali Anche in caso di congestione
Stabilità Variabile Costante
Importanza per le aziende Media Alta
Impatto su cloud e VoIP Limitato Determinante
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