PrivacyLab, una nuova soluzione distribuita da Alchimie Digitali
PrivacyLab, di Metis LAb srl, è il portale web che consente alle aziende di gestire, produrre, stampare e conservare tutti i documenti necessari per rimanere in linea con le richieste della legge.
Tutti i documenti che vengono creati possono essere personalizzati direttamente dai responsabili aziendali anche in assenza di specifiche competenze informatiche.
PrivacyLab è strutturato con uno schema a Wizard, che accompagna l’utilizzatore lungo tutto il percorso imposto dalla normativa sulla privacy, al fine di dare all’azienda uno schedario virtuale dove accedere, attraverso qualunque dispositivo, ai documenti che ogni volta possono essere necessari, e che verranno trovati sempre aggiornati rispetto alle modifiche della normativa.
Tutta la documentazione prodotta è già pronta per la stampa e per essere in regola con il TUP:
Informativa
Nomina dei Responsabili
Organigramma Aziendale
Nomina dell’Amministratore
Manuale Organizzativo della Privacy
Fac-Simili e altri documenti utili
Consente inoltre la verifica delle misure minime di sicurezza. La predisposizione dell’analisi dei rischi è derivata dalla metodologia CRAMM.
Alchimie Digitali è distributore e consulente di PrivacyLab. Evita le multe, chiamaci per una consulenza!
Hai bisogno di portare delle nuove competenze all’interno del tuo contesto aziendale?
Sei interessato a trovare nuove opportunità per la propria professione?
Hai la necessità di valutare e selezionare fornitori?
Sei stato selezionato dalla tua realtà aziendale come DPO ( o vuoi farlo)?
Obiettivi del corso
Una formazione completa in semplici moduli autocontenuti che portino a
Consapevolezza
Know How
Collaborazione
Verificare i fornitori
Il corso, composto di quattro moduli, ha lo scopo di portare ad un livello comune di competenza, i professionisti, amministratori o incaricati aziendali, sia che provengano dal mondo dell’IT, che dal mondo legale o dall’amministrazione.
oppure prosegui la lettura e scopri di cosa stiamo parlando!
Di che cosa stiamo parlando?
16 ore di Auto-formazione guidata da un team di professionisti per essere attori responsabili e consapevoli del trattamento dei dati che ci vengono affidati.
Perché auto-formazione e non consulenza?
Perché nell’ambito del trattamento dei dati personali la nuova normativa ribalta i parametri di applicazione rendendo inefficace un approccio basato su di una check list più o meno uguale per tutti.
Perché la parola Counseling?
L’obiettivo del corso è quello di orientare sostenere e sviluppare le competenze del cliente e dei suoi addetti al fine di stimolare la capacità di scelta dell’imprenditore e dei suoi addetti in un momento di grande confusione.
Per attuare adeguate misure organizzative nella formazione degli addetti al trattamento ai sensi dell’articolo 32 e del comma 10 dell’articolo 4 abbiamo scelto di creare gruppi di lavoro formati da un numero massimo di 15 imprenditori e/o addetti.
oppure prosegui la lettura del programma del corso!
I nostri moduli tra cui scegliere per un corso di GDPR Counseling
GDPR “Half Day” Corso intensivo di formazione sugli aspetti tecnici del GDPR. 4 ore
GDPR “Full Day” Corso intensivo di formazione sugli aspetti tecnici del GDPR 8 ore
LAVORARE IN SICUREZZA ED IN CONFORMITA’ AL GDPR. Corso pratico per istruire i propri dipendenti e funzionari a lavorare in sicurezza
ALCUNI TRA GLI ARGOMENTI AFFRONTATI
Cosa cambia per le imprese italiane col GDPR
Principali novità introdotte dall’autorità garante per la protezione dei dati personali
Ricadute per aziende, enti e consulenti privacy
Responsabilità e doveri per i responsabili aziendali
Il concetto di Accountability
Privacy by Design
Privacy by Default
Il dato: cosa è un dato personale e i suoi elementi fondamentali
Gli Archivi: cosa sono, come censirli e quando non farlo
La Valutazione degli impatti o DPIA
Il data protection officer
Il titolare dei Dati
Il responsabile esterno
Aspetti tecnici
L’informatica e il GDPR
La gestione della carta con il GDPR
La formazione dei dipendenti con il GDPR
Gestire il data Breach e le emergenze Privacy
Su richiesta è possibile effettuare anche sessioni di Lavoro di Gruppo dedicate all’esame di casi di studio sulla privacy
Si potranno vedere alcuni case study concreti dal punto di vista Privacy, organizzativi e legali insieme ai docenti, quindi si passerà all’autovalutazione dello stato dei sistemi da parte dei partecipanti al corso tramite un tool web fornito appositamente da PrivacyLab
Ma se non sei ancora convinto prosegui la lettura e scopri chi sono i docenti !
I Docenti
Andrea Chiozzi
Presidente di Metis Lab, membro di Federprivacy ed esperto riconosciuto a livello europeo di privacy. Docente ed esaminatore per lo schema TÜV Italia “Privacy Officer e Consulente Privacy“, si occupa di privacy e della sua evoluzione fin dai suoi primi passi italiani nel 1996.
Pietro Suffritti
Perito iscritto al Collegio di Modena, titolare di Alchimie Digitali Srl. Membro del GdL “Informatica e Telecomunicazioni” del CNPI, dei Gruppi di Lavoro UNI/UNINFO “Attività professionali non regolamentate”, UNI/CT 510 “Sicurezza – Security”ed “SC27 – Sicurezza” . Esperto certificato nel mondo della virtualizzazione e del cloud, VCP, JNCIA, ACWA, CTU del tribunale di Modena, membro della Information Systems Security Association (ISSA) e di AIPSI (Associazione Italiana Professionisti Sicurezza Informatica), si occupa di sicurezza informatica, di reti geografiche e di Internet fin dagli anni 80 con particolare attenzione agli aspetti giuridici e di informatica forense.
Barbara Sabellico
Civilista esercitante in Modena, esperto del diritto del lavoro e societario, nella gestione delle risorse umane, del lavoro subordinato, a quella inerente alla parasubordinazione e al lavoro autonomo (contratti di consulenza, amministratori di società). Vista la crescente importanza che stanno assumendo le tematiche inerenti alla privacy e la conseguente necessità di tutela della stessa, la consulenza su tali delicate tematiche da lungo tempo assorbe buona parte delle risorse del suo studio.
Dove si tiene e quanto costa
Il corso si tiene nella sede di Alchimie Digitali, sito in via Elia Rainusso 110 a Modena o presso la sede della tua azienda: OPERIAMO SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE!.
Il costo verrà calcolato sulla base del numero degli iscritti dell’azienda/ente/consorzio/rete di imprese che ne farà richiesta!
Ed il sistema utilizzato effettivamente è indipendente dalle password utilizzate, dai sistemi crittografici impiegati…, ma prima di mettervi a scappare urlando lasciateci fare un paio di considerazioni :
Il vero bersaglio non sono le infrastrutture Wi-Fi ma i client
Ebbene si, i punti deboli della catena in questo caso non sono gli access point o le infrastrutture, ma i cosidetti “supplicant”, cioè coloro che chiedono di essere autorizzati a collegarsi alla rete Wi-Fi.
Il che vuol dire che dovremo aggiornare i nostri pc e i nostri cellulari (linux e android per primi stavolta) per provvedere almeno a “tappare il buco” molto più che gli Access Point
Ma da questo punto di vista la comunità informatica, tutta, sta reagendo con una notevole prontezza:
Microsoft ha già annunciato la patch e l’unico dubbio è se verrà intergrata nella megapatch già annunciata per oggi per Windows 10 o se sarà a parte;
WPA-Supplicant, il software linux che si occupa di gestire la parte incriminata, ha già rilasciato la patch e stamattina era già dentro gli aggiornamenti almeno di tutte le distribuzioni debian-based come Ubuntu, Mint ecc, ma anche Arch Linux, RedHat e tutti gli altri se non hanno già rilasaciato rilascieranno entro poche ore;
Google è già al lavoro per una patch per android, non ha fissato una data ma l’ha definita “imminente” e comunque “sicuramente inserita all’interno delle patch di sicurezza di novembre 2017”;
Unica vera “grande sorpresa” è stata Apple che al momento attuale sembra avere bellamente ignorato il problema nella sua interezza, sia per i suoi Access Point, che per i suoi pc che per i suoi smarphone, ma pensiamo che anche loro non potranno ignorare il problema più a lungo di tanto.
Quindi il vero problema dove sta?
Il problema vero sta in tutti quei pc ed apparati che non verranno aggiornati o non possono venire patchati perchè fuori dalla linea di aggiornamento.
Quindi, come non ci stancheremo mai di dire, se avete ancora per esempio dei pc con XP, dei cellulari con una versione di iOS precedente la 11, o di android precedente a un nexus 5/android 6 (diciamo del 2013), o di Mac OS precedenti alla 10.11 è giunta l’ora di valutare attentamente che cosa farci.
Per essere attaccati l’attaccante deve potersi connettere fisicamente alla rete wireless
No, questo attacco non può essere portato da remoto via internet, non è un “proiettile d’argento” che uccide qualunque cosa perchè è magico.
Per funzionare l’attaccante deve essere sufficientemente vicino a voi da potersi connettere alla vostra rete Wi-Fi, non dall’altra parte del globo. E come potete capire questo permette di entrare in gioco a sistemi di sicurezza molto più “fisici” come videocamere e sistemi di allarme.
Questo rende la cosa meno pericolosa?
No, ma sicuramente differente da altre minacce, e va tenuto in considerazione
Ergo questa è una minaccia che non ha a che vedere col “vostro firewall” ma molto di più con i “vostri confini”
Esistono modi per mitigare comunque fin da subito l’impatto del problema
Ebbene si, anche questa volta c’è differenza tra chi ha fatto le cose spostando l’ago della bilancia verso la sicurezza rispetto a chi l’ha spostato verso la comodità.
Chi, come i nostri clienti, ha le reti tutte impostate con cifratura AES – CCMP subisce effetti molto inferiori rispetto a chi usa TKIP.
Poi è vero che nessuno può prendere sottogamba il problema, ma passare da “mi loggano qualunque password anche se navigo in https e mi cambiano pure quel che vedo e che dico” a “riescono a vedere il mio traffico di rete e potrebbero vedere cose se non uso altri protocolli di sicurezza e cifratura” ammetterete che qualche sostanziale differenza c’è
Insomma, il problema c’è ed è inutile tentare di ignorarlo; ma non fa altro che confermare la filosofia che “nulla è sicuro in eterno” e che quello della sicurezza è un mondo in cui chi china la guardia è rapidamente sorpassato dalla realtà dei fatti
Verso la fine di maggio 2016 lo stesso hacker che la settimana prima aveva venduto i dati di otre 164 milioni di utenti LinkedIn ha dichiarato di avere disponibili per la vendita email e password di oltre 360 milioni di utenti MySpace, cosa che si può definire tranquillamente come uno dei peggiori leak di password della storia.
Il suddetto hacker vendeva a questo punto un “pacchetto” di oltre 427 milioni di accoppiate username / password tra MySpace e LinkedIn per 2800 dollari USA in bitcoin, 6,56 US$ al MILIONE DI CREDENZIALI.
Tralasciando i tecnicismi sulla protezione delle password, questo dovrebbe dare agli utenti una chiara percezione del perchè è così importante cambiare le proprie password con una certa regolarità, e non affidarsi a password semplici.
A livello conoscitivo, riportiamo qui di seguito le 55 password più ricorrenti in detto “pacchetto”, nel tentativo di farvi capire quanto è semplice a fronte di una password simile penetrare nel vostro account.
Dovrebbe essere evidente per tutti infatti che queste saranno le prime password attualmente presenti in qualunque dizionario di password guessing di qualunque tool, e pertanto se usate una password come “password1” o “asdasd5” questa verrà rilevata istantaneamente.
Mi è stato chiesto come un tecnico vede i social network.
Sapete che c’è?
non so dirvelo, perchè non sono una questione “tecnica” per me.
Vedete, a volte fa bene ricordarsi da dove si e’ partiti. Fa bene sapere chi, come, cosa, quando, ma fa bene anche ricordare quali erano le speranze di un tempo, e confrontarle con la realtà di oggi, altrimenti si entra in un girone infernale dove succede sempre che si stava meglio quando si stava peggio.
E allora oggi voglio ricordarmi chi c’era e come eravamo, per vedere se davvero poi non c’è’ nulla di meglio da allora.
In fondo un po’ di “am’arcord” si può concedere anche ad un informatico come me.
Torniamo indietro a un po’ di tempo fa (be, va bene, un po’ TANTO, magari). Stavo finendo gli ultimi anni della scuola, un ITIS con specializzazione informatica, quando venni in contatto con un attrezzo oggi sulla via dell’estinzione.
Un Modem.
Era uno scatolotto rosso-arancio, grosso quanto un odierno hard disk esterno multimediale da alcuni terabyte, da attaccare da una parte a una seriale , configurare in base alla nazione tramite una serie di microinterruttori, e dall’altra parte aveva una presa per il telefono… quadrata!
E chi aveva mai visto una spina quadrata per il telefono? Telefono da noi voleva dire “tripolare SIP”, quelle spine grosse con tre barrette di ferro grandi quanto una penna che uscivano fuori!
Ma quell’oggetto prometteva di COLLEGARSI AD ALTRI COMPUTER!!!
Una cosa magica! Pensate, si poteva fare parlare un computer (non parlate di PC, al tempo si parlava di IBM-Compatibili, non di PC) con un altro! E andava velocissimo, ben 300 bit al secondo! Bastavano pochi secondi per caricare una videata di testo 80×24, quella che serviva per i terminali remoti!
Non voglio tediarvi con particolari storici più o meno buffi e “robbbe da smanettoni” (con 3 “b” ovviamente) che servirebbero solo a dimostrare la mia età o a far pensare che voglia appuntarmi medaglie dal vago sapore di “io c’ero”, la cosa importante fu che quel “coso” mi permise una magia.
Collegarmi a una bullettin board.
E, soprattutto, incontrare su quella “rete telematica” delle PERSONE.
PERSONE vere, sapete? Altri smanettoni come me, e’ vero, ma di pirati con la benda all’occhio o di orchi mangiabambini non ce n’erano, o quanto meno si nascondevano bene.
Nonostante gli avvisi saggi del tipo “diventerai cieco a forza di passare il tuo tempo davanti a quell’affare” ci scoprii un mondo fatto di PERSONE, persone VERE, che, al contrario di quel che dicevano tutti, non si nascondevano dietro un monitor per celare la loro identità. Oh, siamo seri, c’erano anche quelli, ma venivano individuati in fretta e altrettanto in fretta esclusi. E poi chissà perché si deve sempre diventare ciechi e non sordi, inoltre io ero già miope come una talpa, quindi rischiavo poco, no?
Poi addirittura venne Videotel , e sembrava che si fosse aperto un mondo, dove c’erano addirittura persone normali, non solo informatici sfigati come me!
Iniziava un sogno strano. La chiamavamo “telematica popolare” Ed era un sogno, un sogno fatto di persone che si parlavano, si raccontavano “i trucchi”, si incontravano in giro per l’Italia viaggiando in treno (purché all’arrivo ci fosse la birra e soprattutto gli amici che non si era mai visto in volto), si facevano scherzi (rimase nel mito la “favola” del matrimonio annunciato da due di questi, con lui italiano e lei greca, senza che si fossero mai visti, con tanto di inviti mandati per matrix, che oggi chiamereste email).
Ma soprattutto si sognava e si costruiva.
Si sognava un mondo in cui tutti a casa avrebbero avuto un computer attaccato a una linea, magari ad altissima velocità ( che so, 2400 bit al secondo). Si sognava un mondo in cui si sarebbe potuto mandare un messaggio di testo, qualcosa di simile a una lettera, a un amico dall’altra parte del mondo. E vedere una risposta in poche ore. Si sognava un mondo nuovo dove le persone avrebbero potuto scrivere su una bacheca elettronica e scambiarsi idee. Magari non solo le impostazioni da usare in Olanda per i modem USRobotics, ma anche la ricetta della torta di riso.
Ci sarebbe piaciuto poterci scambiare foto, magari quelle del nostro incontro a casa del “Bluto” (e chi si conosceva coi nomi anagrafici?) con quello dell’incontro dei ragazzi francesi a casa di “Robyspier”.
Anche solo per dirci “ciao, siamo veri anche noi, non solo un messaggio di testo, guardateci, sorridiamo!”
Pensavamo che i maiali che cercavano sesso virtuale sarebbero stati un male che si sarebbe estinto da solo se solo fossimo riusciti a dare più servizi alla persona della strada.
Pensavamo che un sogno così avrebbe cambiato il mondo se solo fossimo riusciti a realizzarlo.
Poi accaddero varie cose, belle e brutte.
Accadde quasi in contemporanea che le forze dell’ordine ci dichiararono fuorilegge solo perché gli americani avevano deciso che i loro smanettoni erano cattivi (là si chiamavano “hacker”), e quindi eravamo cattivi anche noi.
Fu uno shock.
Si videro dischi fissi con anni di lavoro volare fuori dalle finestre, sequestri storici di malvagi modem collegati a linee pagate in cooperativa, intere Bullettin Board System (oggi li chiamereste blog?) stroncate da una visita alle 4 del mattino dei carabinieri.
Fidonet, quel prototipo di “telematica popolare”, sostanzialmente moriva in quei giorni.
Restava il limitatissimo Videotel, che permetteva a chi sapeva come farlo di parlare ancora un po’ con “gli altri fuori dall’Italia” tramite Itapac, ma il sogno italiano della telematica popolare sostanzialmente finiva in manette. Poco conta che di quei processi, che io sappia, nessuno finì con una condanna e ben pochi arrivarono al processo vero e proprio.
Ma mentre si tentava di ucciderla, la “telematica popolare” rinasceva in altro modo.
Gli americani, che prima ci avevano spiegato cosa significava “crackdown”, ci avevano insegnato cos’era l’”underground” e perché era meglio stare là che non in mezzo alla gente a cui volevamo dare questa benedetta “telematica popolare” di cui a nessuno fregava nulla e che TUTTI SAPEVANO essere piena solo di pervertiti…
ora si erano però inventati un altro sogno, protetto, nel mondo delle università.
Non era molto diverso da Fidonet alla fin fine, se non dal lato tecnico (che, chiariamo, per noi era IL lato VERAMENTE IMPORTANTE). C’erano sempre degli smanettoni fuori di testa che volevano fare parlare dei computer. Si potevano trasferire addirittura dei file. E i tizi “di la’”, al contrario di noi, usavano macchine Unix, NATE per lavorare “in rete”.
E che in rete, al contrario dei nostri piccoli accrocchi in DOS, funzionavano bene.
Ma allora il sogno non era poi così morto!
Bastava nascondersi, dire che “noi eravamo quelli buoni”, “eravamo quelli universitari”.
Poco conta che in realtà non fossimo mai stati cattivi, si poteva ripartire.
Nascosti, a testa bassa, sapendo che le manette erano sempre dietro l’angolo, ma una speranza c’era ancora.
Poi erano diventati molto più frequenti i modem 2400 bps, e si vociferava di modem 9600. C’era chi diceva che i modem 33.600 bps erano fattibili, e con quelli avresti potuto fare vedere immagini in tempo reale.
Zitti zitti, di nascosto, si tentava di ritrovare i vecchi amici fuori dall’Italia, impresa tra l’arduo e l’impossibile… ma mentre ricercavi Viper, WhiteKnight, CrockMan e RedStar (che non avrei mai più rivisto, anzi, per meglio dire, riletto) incontravi persone nuove.
Parlavano di Internet. Un mondo nuovo.
Che Gibson e Sterling non fossero poi così matti? (se non sai chi sono, li trovi qui, e qui.)
Poi due “piccoli grandi uomini” (mai abbastanza ringraziati) trovarono la chiave di svolta. Si chiamavano Tim e Robert, un inglese e un francese. Lavoravano a Ginevra al CERN, quindi ci si collegava “bene” con loro.
Oh, sembrava una scemata tecnica di quelle che facevano sognare solo noi “pervertiti del bit”, ma si chiamava HTML.
Era nato il web. E in pochi anni, quello che noi avevamo sognato, era realtà.
Linee da 57.600 bit al secondo non erano più una rarità, avere un dominio o almeno una pagina web era cosa ormai di poche lire, una email ti costava solo 50.000 lire l’anno. Nascevano i siti web, e molti di noi diventavano non più dei “mascalzoni tecnologici” ma degli “esperti di compiuters” (con la I e la S ovviamente). A volte ne facevi pure un lavoro.
Poi, l’altro regalo arrivò, o meglio era già arrivato ma noi italiani ce ne accorgemmo un po’ dopo.
Veniva dalla Finlandia, e si chiamava Linux.
HEY, anche noi squattrinati potevamo mettere su un server Unix!!! Come quelli fighi di oltreoceano!!! Bellissimo!
Da lì in poi il sogno era diventato “quotidiano”, ed ogni giorno si rafforzava, arrivava più gente, si facevano più cose e più belle. Avere un sito era sempre meno roba da smanettoni e più roba da “chi aveva delle cose da dire”.
Poi il web e’ diventato interattivo (oppure, per me, un tizio dall’improbabile nome di Rasmus Lerdorf aveva inventato un linguaggio di programmazione che permetteva di fare altre cose assolutamente fighissime come cambiare al volo le pagine HTML! Yay! )
E oggi vedo facebook. Twitter. I blog. E qualcuno mi chiede cosa ci vedo nei Social network.
I dati di SplashData relativi al 2016 delle “25 password più popolari”, continuano a mostrare risultati sempre più sconfortanti sulla pessima abitudine di usare le stesse password per tutto e tutti, oltretutto totalmente prevedibili.
Le “password Vincenti” del 2016 sono:
123456 =
password =
12345 +2
12345678 -1
football +2
qwerty -2
1234567890 +5
1234567 +1
princess +12
1234 -2
login +9
welcome -1
solo +10
abc123 -1
admin NEW
121212 NEW
flower NEW
passw0rd +6
dragon -3
sunshine NEW
master -4
hottie NEW
loveme NEW
zaq1zaq1 NEW
password1 NEW
Ovviamente abbiamo una netta predominanza di password in lingua inglese , ma andando a spulciare vecchi elenchi troviamo anche genialate tipicamente italiane come:
pippo
pluto
paperino
juventus4ever
maggicaroma
supercazzola
cambiami
cambiami1
maradona
h4x0r
caz2o
sormej0
e tanti, tanti altri esempi di italica furbizia (non mi metto a riportarle tutte, il senso l’avete capito). Purtroppo in tanti pensano di migliorare la situazione aggiungendo un singolo numero o un segno di punteggiatura a una delle 1000 password piu’ usate al mondo…
Altro fatto sconsolante e’ che da quando abbiamo cominciato a monitorare le password (il 2012) l’elenco e’ cambiato pochissimo, il che vuol dire che non solo esiste il problema, ma che gli utenti CONTINUANO A METTERE SE STESSI E I LORO DATI ( e talvolta il conto in banca) IN PERICOLO.
Ci permiettiamo di darvi un consiglio:
Controllate la vostra password (e già il fatto che sia UNA non è molto sicuro) su un qualunque password checker, ce ne sono a moltissimi su internet, per esempio quello di Kaspersky, l’antivirus che al momento installiamo di più. Ora, capisco benissimo che nel mondo di oggi ognuno di noi è costretto a ricordare TROPPE password e username, e che la tentazione di usare sempre le stesse, e facilmente ricordabili, è fortissima.
Come fare quindi?
Esistono software chiamati “password wallet” che possono aiutarvi tantissimo in questo.
Ovviamente state mettendo tutte le uova in un paniere, e quindi QUEL PANIERE va protetto al massimo, ma oggi si può. Quasi tutti i password wallet degni di questo nome possono essere connessi a sistemi One Time Password o di autenticazione forte, per cui non basta sapere la vostra username e password per accedervi, ma anche avere “qualcosa” che avrete solo voi (tipo una chiavetta o un apposito programma sul cellulare, come i sistemi di accesso al web banking), addirittura ce ne sono che leggono impronte digitali o cose anche più fantascientifiche.
E costano tra poco e nulla, molti sono anche gratuiti e open source.
Insomma, comunque meglio di avere il nome del gatto come password ovunque!
Volete sapere come rendere più sicura la vostra azienda e magare fare formazione su questi temi (per voi o i vostri dipendenti)? Contattateci e vi metteremo al sicuro!